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Yasunì por la vida!

11 January 2012versione stampabile

Società in movimento, di Giuseppe De Marzo

 

 

Salvarci dal “global warming”, ridurre l’inquinamento del pianeta, evitare l’estinzione di molte specie viventi. Sono i desideri necessari di questo tempo, passaggi ineludibili per aspirare ad una società più giusta e solidale. Inevitabile il confronto con quella che è stata definita “la più grave minaccia per l’umanità”. La crisi ecologica ha in se molte sfaccettature e implicazioni. I movimenti, le associazioni, le comunità, i sindacati, la società civile globale, da anni hanno messo in relazione la crisi ambientale con la crisi economica e finanziaria.

Modello di sviluppo, democrazia, lavoro e “beni comuni” sono inscindibilmente legati nel loro destino. Un modello di sviluppo distruttivo ed insostenibile, come l’attuale, porta in dote una democrazia degenerata, la scomparsa del lavoro tra i diritti inalienabili della persona, il peggioramento delle condizioni ambientali e la distruzione di beni comuni e biodiversità (ormai a livelli delle precedenti cinque estinzioni di massa secondo gli scienziati). Le alternative vanno cercata a partire da un cambiamento sostanziale del modello di sviluppo e delle attività produttive. La riconversione energetica ed industriale dell’apparato produttivo rappresentano un imperativo “fortunato”. Imperativo, perché senza non ci si salviamo. Fortunato, perché grazie alla riconversione miglioreremo sensibilmente il livello della democrazia e dunque della maggior parte della popolazione. Ma allo stesso tempo salvare le foreste e la biodiversità rimasta devono essere uno degli obiettivi fondamentali da perseguire con forza. Perdere questa sfida significa privare l’essere umano della possibilità di sostenere e riprodurre le proprie condizioni di vita. Il nostro metabolismo sociale si fonda su flussi di energia, materiali e rifiuti che vengono garantiti e smaltiti dal nostro pianeta. Contrarre un deficit ecologico con la Terra significa aumentare lo spread ambientale ed affondare qualsiasi possibilità di sviluppo e di ripresa dalla recessione nella quale siamo immersi. Su come difendere le chiome verdi del nostro pianeta, una campagna molto importante lanciata dai movimenti indigeni ed ambientalisti ecuadoriani entra oggi nel vivo. Yasunì por la vida! Yasunì è un’area tra le più importanti dell’amazzonia in termini di biodiversità. Abitata da popoli originari e ricoperta di splendide foreste. Il problema è il petrolio nelle sue viscere. Qui la proposta accolta anche dal governo di Raffael Correa, presidente progressista ecuadoriano: il governo non estrae petrolio per salvare la foresta e la biodiversità, ma chiede alla comunità internazionale che questo sforzo venga apprezzato e risarcito per il 50% del valore che avrebbe ricavato l’Ecuador dall’estrazione, circa 7 miliardi di dollari in 13 anni.
Una “co-partecipazione” alla responsabilità di salvare l’umanità dal caos climatico, ciascuno per le proprie possibilità. L’occidente che si è ingrassato in questi decenni con uno sviluppo energivoro e sbagliato non può pretendere in nome della lotta ambientalista di “impedire” lo sviluppo ai paesi del sud del mondo, fino a ieri solo fornitori sciocchi di materie prime a basso costo necessarie allo sviluppo del nord del mondo e molte volte costretti a trasformarsi in paesi discarica (vedi molti casi in Africa). Con il caos climatico globale oggi le cose cambiano. Siamo sulla stessa barca ma qualcuno ha più responsabilità di altri e se vogliamo costruire una vera comunità internazionale è il caso che le assuma. Il governo Correa ha costituito un Fondo per ricevere i contributi necessari, sostenuto dalle Nazioni Unite. Lo scorso anno sono stati raccolti appena 116 milioni di dollari, per lo più grazie alla solidarietà degli attori di Hollywood che alla saggezza della governance globale. Questo fondo sarà utilizzato solo per progetti di riduzione di CO2, di riforestazione, per la sperimentazione di progetti sostenibili e per la difesa delle culture indigene, proteggendo quasi 5 milioni di ettari di foresta. Quest’anno bisogna trovare 291 milioni di dollari per evitare la tentazione delle trivelle in uno dei luoghi più importanti per il futuro degli esseri umani. Ognuno può e deve fare la sua parte, perché in questo nuovo tempo siamo tutti interconnessi e legati dalla reciprocità delle nostre azioni. L’amministrazione della nostra casa comune e le regole per tutelarla sono la strada maestra per risolvere allo stesso tempo la crisi economica e quella ambientale. Yasuni per la vita, è un esempio concreto da perseguire.

Per info su campagna www.asud.nethttp://yasuni-itt.gob.ec/