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Colombia, il grande potere dei paramilitari narcotrafficanti

12 January 2012versione stampabile

Stella Spinelli

Los Urabeños, una delle organizzazioni che solo pochi mesi fa venivano chiamate con il nome eufemistico di bacrim, bande armate emergenti, hanno dimostrato in queste settimane tutta la forza che hanno almeno in sei dipartimenti colombiani: Antioquia, Chocó, Magdalena, Córdoba, Cesar e Sucre, zone dove il paramilitarismo non solo non ha mai smesso di essere forte, ma al contrario, sta consolidandosi sempre più.

Il narcotraffico, il contrabbando e il giro dei sicari sono le sue fonti di sostentamento, anche se l’estorsione resta la più proficua delle attività. È noto che a Bello, ogni negozio, grande o piccolo che sia, paga il pizzo o la quota di sicurezza all’una o all’altra squadriglia. A Ciénaga, Magdalena, la stessa storia, come anche a Istmina, Montelíbano, Tumaco, idem. E la rete di estorsioni è ormai giunta a livello nazionale. Il tutto all’ombra di una smobilitazione iniziata nell’era di Alvaro Uribe e rivelatasi la grande farsa.

Da sempre allevatori di bestiame, commercianti, trasportatori pagano con piacere il pizzo, perché in cambio ricevono protezione e qualcuno che minaccia e al bisogno elimina il dipendente che reclama diritti o aumenti di salario. E non hanno mai smesso di tenere in pugno ampie fette della società colombiana. Urabeños, Paisas, Rastrojos tutti pretendono soldi e dettano legge e quanto potere abbiano lo si è potuto toccare con mano proprio in questi giorni. Il Caribe, il Chocó e l’Antioquia, tre regioni, sono state paralizzate dal imposizione di uno sciopero armato voluto dagli Urabeños per denunciare l’uccisione per mano della polizia del loro capo, Juan de Dios Úsuga. Gli abitanti di Santa Marta, Montería, Riohacha, ampi settori di Medellín e centinaia di paesi rurali del Caribe sono rimasti in casa per giorni per la paura.

“Non mi stupisce. E non dovrebbe stupire nessuno qui in Colombia – commenta Cesar Jerez, direttore di Prensa Rural, il media alternativo più letto nel paese -. Eppure, tanti fingono di scoprire adesso che gli Urabeños sono le medesime Autodefensas Gaitanistas, che a loro volta sono gli stessi paramilitari, che a loro volta sono gli stessi cartelli del narcotraffico, che a loro volta sono le stesse agenzie di riscossione, che a loro volta sono gli estorsori e i sicari di sempre. La gente bene che non gli subisce si sta chiedendo dove stavano, da dove arrivano. La verità è che mai se ne sono andati e mai si sono reintegrati nella società. Da quando sono stati generati come paramilitarismo di Stato per essere utilizzati come un metodo apparentemente anti guerriglia – quando in realtà sono sempre stati scagliati contro la popolazione civile – si sono mossi nel potere politico, nell’economia illegale, nelle estorsioni e nel sicariato utile al potere. Quello che è diventato evidente con questo sciopero armato criminale è l’eredità della scommessa di creare uno Stato mafioso premeditata agli inizi degli anni Ottanta, materializzatasi durante otto anni e due mandati presidenziali di Uribe, e consolidatasi in ogni regione con parlamentari, governatori e sindaci eletti. Un’eredità fatta non solo di intimidazioni, ma di scuole di pensiero, che esercita controllo politico e sociale, che continua ad occupare territori di contadini sfollati e che si oppone a qualsiasi soluzione della questione agraria e alla modernizzazione del paese”.