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L’Italia che resiste

12 January 2012versione stampabile

Antonio Marafioti

«In questa stazione ci sono tre presidi: quello del coraggio, sulla torre, quello del cuore, sul binario, e quello della conoscenza, in questa sede, oggi, con tutti voi». Sono passati 35 giorni da quando Giuseppe Gison, Carmine Rotatore e Oliviero Cassini hanno deciso di sfidare i vertici di Trenitalia dall’alto della torre della stazione Centrale di Milano, ma la determinazione dei lavoratori di Servirail (ex Wagon Lits) non tende a scemare. Oggi, davanti alla stampa e a un nutrito gruppo di cittadini solidali, i 152 lavoratori lombardi si sono alternati all’altoparlante posto di fronte alla sede dei dipendenti Servirail per ribadire i punti chiave della loro protesta. «Ci chiedono perché non abbiamo accettato la proposta della Regione Lombardia – ha detto al microfono uno di loro – e la nostra risposta è che vogliamo un accordo nazionale che garantisca il lavoro a tutti». E per tutti si intendono gli ottocento licenziati italiani che dall’11 dicembre scorso organizzano incontri, sit-in, raccolte firme e manifestazioni per richiamare l’attenzione dei quadri dirigenti, per avere giustizia da parte dello Stato che finora non si è fatto sentire. «Vogliamo il parere del presidente Napolitano perché quello che Mauro Moretti sta compiendo è un attacco vero e proprio alla Costituzione di questo Paese. La soppressione dei treni notte è una porcata che divide l’Italia», ha tuonato fra gli applausi Massimo Morichi, uno dei più attivi del presidio, che ha aggiunto «il treno unisce i paesi italiani, prende in considerazione una realtà sociale che l’Alta velocità non conoscerà mai».

E forse è proprio per questo che la lotta si è prolungata così tanto rispetto alle altre proteste di questi ultimi anni. Oltre gli ottocento posti di lavoro c’è in gioco un servizio pubblico, la possibilità di movimento dei cittadini fra il nord e il sud del proprio Paese e la stessa intangibilità del dettato costituzionale. Questo una buona parte del Paese sembra averlo capito e, anche a telecamere spente e lontano dagli obiettivi dei fotografi, continua a stare vicino ai licenziati. «Abbiamo ricevuto una lettera – ha detto Angelo Mazzeo, licenziato e sindacalista Cgil, – di una persona che ci ha scritto: “Io che sono mamma, nonna e bisnonna penso a voi ogni giorno. Non abbandonate mai la speranza e dimostrate ai potenti che voi siete forti e dignitosi”. Italiani di ogni età e ci stanno vicini. Nei giorni scorsi un imprenditore lombardo ci ha donato 5mila euro per le nostre spese, ma il gesto che ci ha commosso di più è stato quello di due bambini che non hanno voluto dire i loro nomi. Ci hanno regalato i loro salvadanai, e moneta dopo moneta abbiamo raccolto 200 euro. Questa è l’Italia che ci vuole e che chi ci ha portato via il lavoro vuole distruggere».

Al taccuino di E-ilmensile, Mazzeo ha anche chiarito uno dei punti più controversi della situazione: la divisione delle parti sociali sull’accordo con la Regione Lombardia. «La Cgil e il Fast ferrovie non hanno firmato perché la vertenza è nazionale, non milanese. Facendo un accordo locale si determinano delle condizioni che non sapremo come si evolveranno nelle filiali di Torino, Venezia, Bari, Napoli, Roma e Messina. Noi manteniamo la posizione espressa da Susanna Camusso secondo cui il ripristino dei treni notturni è fondamentale e che la vertenza rimane nazionale». Se fra gli enti locali e i sindacati il dialogo continua a rimanere in stallo sulla portata della contrattazione, nessuna comunicazione è arrivata dopo l’11 dicembre da parte di Trenitalia. «Sembra assurdo – ha terminato Mazzeo – ma è un muro contro muro. Un comportamento incomprensibile. Quando ci confrontiamo con i lavoratori della controparte, ci danno ragione. Dalla dirigenza invece non proferiscono parola. Questo perché i dati dicono chiaramente che c’è un boicottaggio in corso che impedisce ai viaggiatori di prenotare i treni notte. A questo hanno aggiunto una circolare con la quale si obbliga il passeggero a salire a bordo del treno già munito di biglietto. È chiaro che facendo così e impedendo a chiunque di prenotare la cuccetta o il vagone letto da casa, dall’agenzia viaggio e addirittura di comprare il viaggio a bordo del treno, si impone la volontà di cancellare questi mezzi di locomozione. Se questo che dico non è esatto mi smentiscano coloro che hanno deciso di imporre questa circolare».

 

foto Germana Lavagna