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Cina, una società in fila (per l’iPhone)

13 January 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia

Su Twitter gira già un commento tristemente ironico: “I cinesi poveri fanno gli iPhone per i ricchi di tutto il mondo. I cinesi poveri fanno la fila per comprarli ai cinesi ricchi”.
È andata proprio così a Sanlitun, l’area commerciale di Pechino dove la notte scorsa sono scoppiati incidenti all’annuncio che l’Apple store non avrebbe aperto per mettere in vendita l’iPhone 4S, nuova release della casa di Cupetino.

Nella calca davanti al negozio, dalla sera precedente, c’erano circa tremila persone. Alle sette di mattina, quando è stato annunciato che lo store non avrebbe aperto, quelli che hanno cominciato a lanciare uova e a scontrarsi con la polizia sono stati quantificati in circa 350. Tutti “principini”, figli di papà arricchiti dal turbocapitalismo cinese?

Niente affatto. A Sanlitun c’era rappresentata l’intera stratificazione sociale della Cina odierna.

In fila c’erano il teenager che voleva comprare il prezioso status-symbol per la fidanzatina, ma anche decine di lavoratori migranti – così raccontano le cronache – assoldati da bagarini che si proponevano di fare incetta di smartphone per poi rivenderli a cinesi ricchi per nulla intenzionati a fare quella faticaccia. La fila disordinata, dove tutti spingono, ti stanno appiccicati e ti passano davanti, ultimo baluardo dell’uguaglianza cinese. Viene in mente una famosa foto di Cartier-Bresson: 1948, arrivano i comunisti e un’allucinante massa di shanghaiesi si accalca davanti a una banca dove cercano di procacciarsi oro prima di scappare dalla città.

Oggi è sotto lo stesso ombrello comunista che le diverse Cine si accalcano: chi delira per lo status-symbol, chi materialmente lo costruisce e poi magari si mette in fila per ricomprarlo, chi vive di espedienti, chi specula. Attorno, presenza invisibile ma che detta modi e tempi, chi ormai è così ricco che non ha più bisogno di mischiarsi agli altri.
Come orizzonte comune, il desiderio. Ma il desiderio è molteplice e il Partito deve fare i conti con la moltitudine che non è più massa.

C’è infine il luogo, Sanlitun, altro simbolo della modernità cinese. Pechino è una città concepita senza spazi pubblici. È capitale imperiale, luogo del potere, dove tradizionalmente tutto deve ripetere lo schema della Città (non a caso) proibita – un luogo nascosto dietro mura – e impedire pericolose aggregazioni. L’unica enorme piazza, Tiananmen, fu di fatto creata a forza di demolizioni degli hutong che si affacciavano sul lato sud della Città proibita dopo il 1949 come luogo di celebrazione del nuovo potere maoista. Ma almeno un paio di volte funzionò in senso contrario: il 5 maggio del 1976 e nella primavera ’89. Oggi è presidiata notte e giorno.

Sanlitun è un centro commerciale a cielo aperto, con i megastore di tutti i principali marchi internazionali, i locali chiassosi e perfino gli spacciatori neri (give the people what they want). Un ghetto dorato per stranieri e per neoconsumisti cinesi, forti del loro entusiasmo da neofiti.
Spicca oggi come unica “piazza” alternativa a Tiananmen in una megalopoli da 22 milioni di abitanti (di cui almeno 8 milioni di lavoratori migranti). Oltre è quello in cui il potere si celebra, l’unico spazio pubblico possibile è quello intasato dal mercato.