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Il treno, un bene comune

18 January 2012versione stampabile

Maso Notarianni

Domenico Scilipoti mentre finge di preparare un pasto per i lavoratori del presidio, ad uso della stampa

«Trenitalia non si occupa di welfare». Così parlò l’amministratore delegato di Trenitalia Moretti. E in queste parole sta tutta l’arroganza di chi è consapevole di vivere in quella che oramai non è più una Re-pubblica ma in una Re-privata.

Eppure, andando sul sito di Trenitalia, si scoprono cose interessanti. Ma si devono cercare molto molto bene.

Esiste un accordo tra Stato italiano e l’azienda di Moretti che prevede due tipologie di treni: quelli “a mercato” e quelli “universali”.

Mentre i primi sono a totale gestione delle Ferrovie, quelli “universali” esistono in base ad un protocollo concordato con lo Stato, sono profumatamente pagati dallo stato medesimo (da noi cittadini), e servono a garantire quei servizi che il mercato da solo non è in grado di sostenere. Tipo l’unità d’Italia dal punto di vista della mobilità.

Nel 2010, lo Stato ha dato a Trenitalia 2,39 miliardi di euro per garantire i servizi universali. Tra questi, come si può leggere anche sul sito di Trenitalia ancora oggi, ci sono i treni notturni.

Poi però, andando in stazione, o semplicemente sul sito per comperare i biglietti dei treni notturni, si scopre che non ci sono.

Cancellati definitivamente dallo scorso dicembre, probabilmente in un periodo in cui il governo era in tutt’altre faccende affaccendato, sulla base di non si capisce quale scelta.

L’italia spaccata in due, con i governatori delle regioni del sud che protestano con il governo, il ministro Passera che non sa bene cosa fare, Monti che promette investimenti, e, intanto, 800 lavoratori mandati a casa da un giorno con l’altro, mentre Trenitalia, utilizzando le infrastrutture (binari, gallerie, stazioni etc etc) pagate dai cittadini registra per la prima volta un utile di 32 milioni di utile netto nel primo semestre dell’anno scorso.

E noi, come direbbe Totò, paghiamo.

Ma pagano anche e soprattutto i lavoratori, che da 40 giorni sono su una torre per protestare contro i tagli di Moretti. E che ci danno una lezione di forza (stateci voi 40 giorni su una torre di ferro in mezzo ai binari di una grande stazione come Milano a 4 gradi sottozero), di dignità e di senso dello Stato. Perché ci dicono (e dicono inascoltati per adesso anche al presidente Napolitano) che la coesione sociale e l’unità nazionale non sono paroloni di cui ci si riempie la bocca, ma sono questioni su cui si deve lavorare, anche sodo di questi tempi. Non tollerando, ad esempio, chi prende i soldi e scappa.

Quei tre lavoratori stanno facendo una battaglia che dovrebbe essere importante per cinquanta milioni di italiani. Stanno ancora bene, ieri li ha visitati una dottoressa di Emergency (l’associazione ha garantito ai lavoratori l’assistenza sanitaria) che ha rassicurato sulle loro condizioni di salute.
Ma non ne possono più, perché i politici e i sindacalisti li vanno a trovare, qualcuno si fa pure bello facendo finta di preparar loro i pasti, ma poi, in concreto, non si muove una foglia.

E quaranta dì e quaranta nott, come si dice a Milano, son proprio troppi.