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‘E ora dove andiamo?’

20 January 2012versione stampabile

 

Donne cristiane e donne musulmane marciano insieme sul sentiero sterrato di un villaggio sperduto tra le montagne. Vanno incontro ai loro cari, caduti in guerra. Qualcuno è sepolto sotto l’area di un fazzoletto di terra grezza, altri non sono stati mai ritrovati. Le donne camminano vicine, uguali nel loro ciondolare addolorato senza badare a chi siano rivolte le loro preghiere.

Il nuovo film di Nadine Labaki si svolge ai margini di una guerra, non si dice quale perchè il conflitto tra due fedi diverse è universale, ma la regista è libanese, e dopo Caramel che mostrava una città che riemergeva dalle ferite delle bombe, qui il pensiero ritorna inevitabilmente ai conflitti più recenti legati al suo paese.

Un film sulla guerra osservata da un punto di vista femminile. Qual’è stato il motore per raccontare questa storia?

La mia gravidanza.

In che senso?

Durante gli ultimi violenti conflitti che ci sono stati in Libano io ero incinta. Ogni giorno vedevo amici e persone care che prendevano le armi e se le puntavano uno contro l’altro e mi chiedevo che cosa avrei fatto io da madre per impedire che mio figlio, da grande, facesse ricorso alle armi. Sono partita dall’idea di una madre che cerca di fare di tutto per impedire al proprio figlio di combattere e da lì l’idea si è estesa ad un intero villaggio, cercando di immaginare che cosa sono disposte a fare le donne per impedire che i propri figli si armino e vadano a combattere.

In un contesto drammatico come quello che lei descrive nel film ha scelto di mantenere un tono leggero, ironico, con qualche scena da musical. Perchè ha voluto seguire ancora una volta la strada già intrapresa qualche anno fa con Caramel?

Noi viviamo in una parte del mondo in cui a volte si creano delle situazioni assurde e in alcuni casi l’umorismo è il modo migliore per affrontarle. E l’umorismo è anche un buon modo per superare alcuni di questi problemi. Bisognerebbe imparare a ridere dei propri errori e difetti, per lasciarceli alle spalle. L’aspetto musicale mi è servito per conferire al film una caratteristica di maggiore universalità. E’ vero, il contesto è drammatico, si parla dello scontro fra cristiani e musulmani in Libano ma il tema è universale, perché questa è una storia che avrebbe potuto verificarsi ovunque, tra due famiglie o due amici o anche tra due squadre di calcio.

A che punto è oggi il conflitto religioso?

Dopo due decenni dalla guerra civile ora riusciamo a vivere in pace, ma la sensazione è sempre quella di essere sull’orlo di qualche evento scatenante che diventi un pretesto per riprendere le armi. Come è accaduto nel 2008 che ci siamo trovati di nuovo in mezzo ai combattimenti.

Ha scoperto cosa dovrebbe fare una madre per evitare che i propri figli vadano in guerra?

No, purtroppo non l’ho scoperto. Anche io mi sento come le donne del mio film, che non sanno cosa rispondere alla domanda “E ora dove andiamo?”. Tutto quello che posso fare, da madre e da donna, è cercare di prendere coscienza di quali sono le nostre responsabilità per poter creare un mondo migliore.