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E-waste, l’Ue si prepara a inasprire le norme

21 January 2012versione stampabile

Il Parlamento europeo giovedì 20 ha proposto un inasprimento delle leggi dell’Unione europea in materia di smaltimento di componenti elettroniche inquinanti, il cosiddetto toxic waste o e-waste (spazzatura elettronica), una parte del quale da anni viene esportato illegalmente in alcuni Paesi. Non si tratta ancora di una legge ma di una dichiarazione d’intenti che lascia ben sperare. Lo ha detto chiaramente Karl-Heinz Florenz, eurodeputato tedesco del Partito popolare europeo: “Non possiamo più permetterci di sprecare il nostro scarto. Il parlamento ha inviato un segnale chiaro ad autorità pubbliche, produttori e consumatori perché tutti facciano la propria parte affinché l’Europa raccolga e ricicli di più i nostri prodotti elettrici ed elettronici”. “Abbiamo anche adottato regole più severe per fermare il traffico di rifiuti elettronici verso Paesi in via di sviluppo”, ha poi aggiunto il parlamentare. Il voto di giovedì, sul quale si è coagulata una forte maggioranza (580 i sì), è il primo passo in un processo più lungo al termine del quale potrebbe esserci l’adozione di una normativa più stringente: la materia in Europa è ancora regolata da una legge del 2003. La Commissione europea aveva proposto di portare il tasso di raccolta delle componenti elettroniche ed elettriche dei prodotti venduti in ciascun Stato membro al 65 per cento; gli europarlamentari hanno alzato la soglia fino all’85 per cento a partire dal 2016. Più nello specifico, hanno proposto che tra il 70 e l’85 per cento (a seconda delle categorie) delle componenti inquinanti vengano raccolte e che tra un 50 e un 70 per cento vengano riciclate. Queste misure potrebbero giovare ai Paesi-discarica ma soprattutto all’Europa.

Sono due, infatti, gli aspetti interessanti della questione, uno umanitario e l’altro economico. Sotto il primo profilo, la nuova normativa darebbe un colpo significativo al traffico di materiale elettronico inquinante, una piaga che fa poco rumore e della quale non si parla molto ma che ha prodotto enormi danni ambientali e anche centinaia di morti in diversi Paesi africani, Ghana, Nigeria e Somalia in testa. È qui che attraccano navi cariche di “spazzatura elettronica”: ciò che rimane di un telefonino, di un televisore, un monitor, di un pc, quando smettono di funzionare o passano di moda e vengono buttati. Il trattamento di questo tipo di scarti è piuttosto costoso: riempire un cargo di questa spazzatura e portarla fuori dall’Europa, invece, costa molto meno. Secondo la rivista DanWatch, in Europa i maggiori esportatori di scarti inquinanti sono Gran Bretagna, Belgio, Danimarca, Olanda, Spagna e Italia. Nelle periferie di alcune città africane si sono sviluppate imponenti discariche di rifiuti elettronici, sulle quali si arrampicano bambini che ripuliscono i circuiti e gli scheletri degli apparecchi buttati dalle loro componenti più preziose, come l’oro, l’argento, il rame, l’indio e il palladio. Ma ci sono anche elementi tossici come il piombo, il mercurio, utilizzato per esempio nei dispositivi d’illuminazione degli schermi piatti, e il cadmio, presente nelle batterie ricaricabili. Sono decine, se non centinaia, le persone che in diversi Paesi in via di sviluppo muoiono di malattie provocate dall’esposizione a questo tipo di inquinamento. Sono morti che non fanno rumore, a meno non diventino un caso. Accadde nel 2006, quando la nave Probo Koala, noleggiata dalla compagnia olandese Trafigura, carica di toxic waste, riprese il largo, perché la società che avrebbe dovuto smaltire i rifiuti elettronici, prendendoli in consegna al porto di Amsterdam, aveva alzato il prezzo: quel materiale era più tossico di quanto dichiarato nei registri e nel contratto. La Probo Koala approdò ad Abidjan, in Costa d’Avorio, dove venne scaricata. Dello smaltimento si sarebbe dovuta occupare la Compagnie Tommy, la quale invece si limitò a sbarazzarsi del carico in una serie di discariche disseminate in diversi centri urbani. Morirono 15 persone e altre centomila accusarono malori.

Ma non è solo questo a muovere l’Unione europea. Bruxelles mira anche a contenere lo spreco di elementi preziosi, in un momento in cui cerca di assicurarsi un migliore accesso ad alcune materie prime il cui approvvigionamento è a rischio, soprattutto dopo la stretta della Cina, principale esportatore di terre rare, che ha ridotto drasticamente il suo export. Proprio a questo faceva riferimento l’eurodeputato Florenz nel commento riportato più su: “Non possiamo più permetterci di sprecare il nostro scarto”. Una lista stilata da un gruppo di studio per conto della Commissione identifica almeno 14 materie prime sempre più difficili da reperire; tra queste ci sono grafite, magnesio, indio e tantalo. Il potenziamento del tasso di raccolta e riutilizzo degli scarti elettronici nei Paesi membri serve anche interessi di natura economica. Mentre Bruxelles si prepara a investire ulteriori risorse in un irrobustimento del sistema viario e infrastrutturale di alcuni Paesi africani, per migliorare la loro capacità estrattiva e assicurarsi così un canale di approvvigionamento garantito, allo stesso tempo sa bene che, al di là delle questioni ambientali e umanitarie, l’e-waste nasconde un piccolo tesoro e il potenziamento della capacità di raccolta e riciclaggio dei rifiuti elettronici è necessario perché questo non vada disperso.