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Una generazione con la valigia in mano

23 January 2012versione stampabile

Moment Café, West Hampstead, Londra, 20 gennaio 2012.

Scegliere di partire non è mai una decisione semplice, di quelle che si prendono a cuor leggero. Anche se “sei giovane” e “con tutta la vita davanti”, come spesso ci si sente dire da chi si affaccia da una generazione che ha conosciuto qualche certezza in più e molte meno libertà.

Al di là delle suggestioni, della curiosità e del sapore d’avventura che inevitabilmente avvolgono l’idea e la possibilità delle nostre vite altrove, la sfida di ripensarci daccapo, di reinventarci dove non l’avremmo mai detto, non è mai tutto o bianco o nero. Quando andare via significa lasciare casa propria, in rari casi è solo incondizionatamente bello e facile.

Soprattutto se “sei giovane” e con “tutta la vita davanti”, una vita ancora da costruire, appunto. Perché è allora che partire significa andare alla ricerca di una terra dove piantare radici, una terra che sia più fertile di quella in cui sei nato e cresciuto. In cui hai giocato, studiato, creduto e sperato, ma soprattutto, in cui hai provato e riprovato. Troppo spesso invano.

Che sia una ‘ragionevole irrequietezza di circostanza’, la molla che ha fatto della nostra una generazione con la valigia in mano? Un esodo di sessantamila giovani che ogni anno lascia l’Italia, non è sicuramente un caso. Come casuali non sono l’incertezza, il vortice spersonalizzante di stravaganti ma consuete esperienze all’italiana; la condizione ormai stereotipata del tirocinante a tempo indeterminato; la verosimile, frustrante sensazione che ai propri sacrifici potrebbe non corrispondere mai una ricompensa.

Ma come spesso accade, la distanza attenua i difetti, ed ecco che il paese dei raccomandati e delle lungaggini burocratiche, delle barzellette ai vertici internazionali, quel paese di cui neppure santi, poeti e men che mai i navigatori hanno mantenuto salda la loro immagine, rimane scolpito dentro come il luogo in cui chi non ha avuto l’ostinazione, la pazienza o l’inerzia di restare, potrà un giorno far ritorno.

E allora gustarsi un vero caffè, come quello della ricetta che a Ciccirinella gli ha dato mammà. Non come questa tazza d’acqua scura, senza aroma e di cui si intravede il fondo. Ma che continuo a mescolare, seduta in un Café di Londra, la città che guardo scorrere al al di là della vetrata. E che pulsa dinamicamente e fa pensare al futuro.

11 Responses to Una generazione con la valigia in mano

  1. Lupo

    23 January 2012 at 11:39

    Leggere questo articolo di lunedì mattina, dopo alcune riflessioni maturate nel finesettimana, non è un caso secondo me. Non credo in molte cose, ma a volte succedono eventi in cui riesci a leggere una relazione, ai tuoi occhi son troppo vicini perché non abbiano a significare qualcosa. Mi mancano pochi esami e conto di laurearmi entro l’inizio dell’estate. Mi domando cosa farò dopo, e sono sempre più convinto che cercherò un lavoro all’estero. E’ vero che il titolo di studio viene sminuito sempre più, che sembra sempre tu non abbia abbastanza pezzi di carta, ma non si può attendere la vita. Bisogna iniziare a vivere, prima o poi. E l’incertezza unita al pessimismo diffuso non fanno questo Paese un posto per vivere. Per noi giovani almeno.. Si può soltanto sopravvivere, dipendendo dai genitori (per chi ha la fortuna di averne in salute o comunque capaci di mantenere i figli). Ma alla fine va bene così.. Mi rendo conto che molte delle cose migliori gli italiani le hanno fatte all’estero: nessuno è profeta in patria. E questo per me è forse il momento migliore. Negli ultimi anni sono maturato, sentendo di più quei legami familiari e territoriali che non sono mai esistiti per me. Forse è proprio per questo che devo partire: perché adesso so che lascio qualcosa quì.

  2. Agnese

    23 January 2012 at 11:44

    Drammaticamente vero e scritto benissimo.

  3. NINNI

    23 January 2012 at 11:57

    Come sempre realistica e romantica allo stesso tempo!! :-)

  4. Fabio

    23 January 2012 at 12:54

    Drammaticamente vero, copio dal mio stato FB:
    “Tante persone a cui voglio bene e che fanno parte della mia vita sono andate a vivere all’estero. Ormai la mia città è divenuta un luogo di ricordi senza più le persone che li popolano. Mi chiedo se ci vuole più coraggio a restare o ad andare via, in entrambi i casi si soffre.”

    Tu Carlotta hai spiegato in poche ma incisive parole lo stato d’animodi tanti di noi.

  5. Vincenzo Ferrillo

    23 January 2012 at 15:19

    In sei anni ho cambiato 2 paesi e 3 città, rincorrendo tra erasmus master e dottorato. I concetti di radici, di punti fermi, sono quelli che probabilmente mi mancano maggiormente, spinto tra l’attrazione e la repulsione per questo Bel Paese che è comunque nostro e che – come è stato detto – lasciandolo, partendo è un po’ morire dentro. In questi ultimi anni in cui comunque l’Europa forse è diventata un po’ più italiana, morsa da questa crisi economica terribile che ci sta togliendo il futuro, a Londra come a Milano, a Parigi come a Barcellona… Aspettando il nostro turno, nella speranza che non ci passi davanti senza parare.
    Carlotta, come mi ci sono rivisto dentro a ciò che hai scritto!

  6. Marco

    23 January 2012 at 15:22

    Io guardo Eindhoven anziché Londra…per il resto il tutto è tristemente vero!

    Dall’Olanda, ancora per poco,
    Marco

  7. Veronica

    23 January 2012 at 16:10

    Da una parte il senso di colpa per essere “scappati”, dall’altra il proposito che ogni esperienza portata avanti lontano possa un giorno essere la base per ricostruirla, quest’Italia. Questo bell’articolo esprime credo le emozioni di tanti che davvero nel nostro Paese ci vogliono tornare, non per raccogliere frutti ma per piantarne i semi. Veronica da Bruxelles

  8. Aunt Piera

    24 January 2012 at 13:12

    restare o partire? io non ho ancora avuto il coraggio di rispondere a questa domanda perchè la risposta mi fa un pò paura! Grazie per il bellissimo articolo!

  9. mavi e stanghi

    24 January 2012 at 21:02

    abbiamo letto con piacere e orgoglio (di zie, VERE E FINTE)il tuo scritto

  10. Barbara

    25 January 2012 at 21:37

    E’strano cominiciare a guardare il proprio paese come il paese delle vacanze, eppure il cappuccino, il gelato, il mare son diventati i marchi distintivi di desideri che esaudisco a agosto. Sento un legame di appartenenza forte, ma allo stesso tempo un’inconfutabile consapevolezza del non ritorno, non per ora almeno (sono 10 anni…)

  11. Marisol

    26 January 2012 at 21:14

    la verosimile, frustrante sensazione che ai propri sacrifici potrebbe non corrispondere mai una ricompensa…e quando la ricompensa si spaccia per un caffe’ che non e’…ustiona, perche’ non te lo asppetti. e non sai come prenderlo, come rigirare la tazza e quanto zucchero mettere, soprattutto se il caffe’ lo bevi amaro…soprattutto se privo di sapore.
    grande carlotta!
    con stima