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Sfigato io? Ma vdvctett

24 January 2012versione stampabile

Ebbene sì, lo ammetto, sono uno “sfigato”. Non solo sono arrivato vicino alla laurea che avevo 28 anni. Ma poi non mi sono proprio laureato. Quindi, secondo il viceministro Martone sono uno sfigato.

Premetto: chi usa il termine sfigato per indicare con disprezzo le altrui debolezze, mi è sempre stato molto molto antipatico. “Sfigato” è una espressione che mi dà l’idea di essere non solo spregiativa, ma anche classista detta da chi ha un privilegio a chi non ce l’ha. E l’italia, lo sa caro viceministro?, è il paese con la scala sociale più immobile tra tutti i paesi occidentali. Il termine “sfigato”, dunque, per me è il peggio del peggio.

Bene, io alla laurea non ci sono proprio arrivato. Non sono figlio di ricchi, anche se i miei erano belle persone, intellettuali, e mi considero comunque fortunato. A 19 anni ho cominciato a lavorare, anche facendo l’università. Come assistente di studio nel primo teatro di posa di Milano, i Giardini di marzo, si chiamava il mio primo posto di lavoro. Poi di lavori ne ho fatti mille. Barista, imbianchino, idraulico, muratore, fotografo, giornalista, copy, e chi più ne ha più ne metta. Facevo, male anche per questioni di tempo, veterinaria. E ho anche lavorato per qualche tempo in uno studio medico veterinario: pulivo per terra, aiutavo a tenere ferme le besioline o le bestiacce (il terzo gatto incazzato a cui si deve fare una vaccinazione vi garantisco che diventa una bestiaccia, per qualche momento).

E così non solo sono arrivato alla soglia dei trenta senza essere riuscito a laurearmi. Ma proprio ho mollato, ad un certo punto.

Lui no, invece. Lui è, come scrive Susanna Turco sul sito de l’Espresso, «Uno che ha saputo coniugare con secolare abilità l’autopromozione, la carriera accademica, e l’avere un ben introdotto papà (il giudice Martone, ex presidente dell’Authority scioperi, già assiduo dello studio Previti, da ultimo sulle cronache per aver partecipato a un pranzo della P3 a casa di Verdini). L’abilità sta nell’amalgama: è impossibile distinguere un elemento dall’altro. Come dimostra, fra l’altro, ciò che accadde quando il Pd Pietro Ichino attaccò l’allora ministro Renato Brunetta, colpevole di aver dato a Martone junior una consulenza da 40 mila euro, avendo nominato Martone senior presidente della Civit (la Commissione “antifannulloni”). Sciocchezze, replicò Brunetta: “La consulenza è precedente alla nomina, semmai allora il figlio ha raccomandato il padre”».

Ecco, io raccomandazioni non ne ho mai prese né ne ho mai date. Sono proprio cose fuori dalla mia cultura. Per la quale, caro vicemnistro, l’università non è indispensabile. Perché come lei dimostra, insegna tante cose, ma non ad essere degni di dire cose pubblicamente.

Ah già, il titolo: vdvctett sta per “Va a dar via il cü ti e el to teater“. Lo diceva il capomacchinista di Giorgio Strehler quando il Maestro esagerava con le richieste impossibili per realizzare le sue scenografie. E beccati in aggiunta questa citazione colta.
Da un non laureato.

7 Responses to Sfigato io? Ma vdvctett

  1. Lucia

    24 January 2012 at 17:33

    Ecco: mi hai insegnato una cosa che non sapevo, e questa è la cultura,solo che non sono milanese e non riuscirò mai a pronunciare bene la citazione. Glielo posso dire in un altro dialetto andrà bene lo stesso. E’ bello quando leggo qualche cosa che sentivo dentro ma non sapevo come dire. :D

  2. Ale

    25 January 2012 at 10:10

    Maso, hai lavorato fin dall’inizio dell’università, se non sei riuscito a finirla non è certo una colpa o un demerito.
    Chi lavora può metterci gli anni che gli pare, a finire l’università, e farà comunque una cosa encomiabile.

    Martone parlava chiaramente (e chi non vuole capirlo è in malafede) di quegli sfaccendati (forse hai finito l’università un po’ troppi anni fa…) che alla soglia dei 30 anni si trascinano ancora dietro a esami e lezioni, solo per non andare a lavorare. E questi sfaccendati sono veramente tanti, credimi. Gente che non lavora, di fatto non studia, e non capisce che se non sei fatto per studiare nessuno ti obbliga a farlo. Gente che fa spendere soldi allo Stato (che, ricordiamocelo bene, dalle tasse universitarie recupera solo una parte dei costi sostenuti per le università pubbliche) inutilmente, entra nel mondo del lavoro tardi e ci resta ai margini. Quando ci sarebbero – e qui bisognerebbe capire il merito dell’affermazione di Martone – le scuole tecniche/professionali e tanti lavori manuali, nobilissimi, discretamente retribuiti e richiesti.

    Infine, permettimi una piccola puntualizzazione: visto che si parla di politically correct, ecco, diciamo che “Va a dar via il cü” è una frase chiaramente omofoba. Che si usa nel linguaggio colloquiale (sono piemontese e la uso), ma che toglie automaticamente la patente di professorino col ditino alzato.

    Con immutata stima,
    Ale

    • Maso Notarianni

      25 January 2012 at 10:40

      Caro Ale,
      posto che certamente ci sono sfaccendati nelle università, così come ci sono ovunque, l’uscita di Martone, così come lui stesso ha riconosciuto, era del tutto inopportuna. E, aggiungo, molto volgare, superficialissima e, insisto molto molto classista: “sfigati” è un termine orrendo, soprattutto quando ad utilizzarlo è un ragazzino dell’alta borghesia superprivilegiato.
      Quanto al sessismo, anche sfigati è sessista (la s privativa si riferisce ai poveri maschietti che non riescono ad avere…), e forse lo è più di va a dar via il cü. Cosa, quest’ultima, che può essere fatta indistintamente da uomini e da donne e per i più disparati motivi…
      E, by the way, non ho mai voluto fare – tantomeno con questo post – il professorino con il dito alzato. Lungi da me assomigliare al viceministro!
      Con affetto
      Maso

      • Ale

        25 January 2012 at 18:13

        Premesso che condivido la rettifica del viceministro (“La prossima volta sarò più sobrio”, segno che usare un termine così colloquiale in una pubblica occasione non è molto…da uomo delle istituzioni!), in tutte le affermazioni cerco di guardare la luna e non il dito. Perchè a questo mondo ci sono già troppe lune per fare caso alle dita.

  3. luciana

    25 January 2012 at 10:11

    E’ sempre bello complimentarsi e incoraggiare i ragazzi: in questo caso era sicuramente questo l’intento del Nostro. Molto meschino è, tuttavia, farlo denigrando qualcun altro. Purtroppo è già da un po’ di tempo che chi sta ai “piani alti” si sente sdoganato da qualsiasi vincolo di delicatezza o, semplicemente, di buon gusto. Per questo motivo sono molto pessimista su quanto ci aspetta: chi ci organizza la vita fa scuola più di arroganza che di competenza o,(basterebbe solo questo, a volte) di buon senso.

  4. Assunta Sarlo

    25 January 2012 at 11:02

    la carriera molto veloce di michael martone ha prodotto un’evidente contrazione del modulo che riguarda il nesso tra parola e oensiero. “Chi parla male pensa male”….

  5. Zootz

    25 January 2012 at 15:24

    Bel post, quando facevo l’Università a Firenze l’ho finita a trent’anni precisi. Con dentro un anno di biologia cambiata poi per Lettere ed un anno di obbiezione di coscienza spesa a Scandicci all’allora USL credo numero 10. Le sessioni d’esame erano poche, i professori li dovevi rincorrere, i disagi molti per la dislocazione logistica dell’Università stessa. Insomma ti dovevi arrangiare molto. Non mi sento uno sfigato, magari un disoccupato in quanto laureato, e non capisco che problema ci sia se uno ci mette 10-20 anni a laurearsi perché credo che cosi facendo lo Stato non spenda di più. I professori sono pagati molto, i ricercatori e/o assistenti poco, indipendentemente da quanti siano i frequentatori del corso e da quanto ci mettano a finire.