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Narrazione industriale: intervista a Giuliano Montaldo

28 January 2012versione stampabile

Barbara Sorrentini

La parabola discendente di un imprenditore a capo della propria fabbrica meccanica. Tra banchieri assatanati, una suocera ricca e disonesta e una moglie confusa, L’Industriale interpretato da Pierfrancesco Favino si muove in una Torino fotografata in bianco e nero, nel disperato tentativo di salvare la fabbrica ereditata dal padre e il posto di lavoro di centinaia di operai.

L’Industriale rappresenta la crisi italiana durante il suo picco maggiore e arriva al cinema in una fase ancora critica per gli italiani. Se lo aspettava?
Speravo di no, avrei preferito che questo film mostrasse un contesto ormai superato. E’ passato un bel po’ di tempo da quando abbiamo iniziato a pensare a questa storia, solo per trovare i finanziamenti ci ho messo un anno, diciamo che non sono stato inseguito dai produttori. Se nella fase embrionale del film la crisi era un maremoto, adesso è uno tsunami.

Le vittime più evidenti sono gli operai, ma lei dipinge anche la situazione drammatica e l’impoverimento di chi sta ai posti di comando.
Sì è vero, però bisogna dire che il protagonista è un padrone sui generis. Ha ereditato la fabbrica dal padre, anche lui operaio e che vediamo nelle foto con i suoi colleghi, che viene promosso come leader dell’impresa che stava nascendo. Una cosa che succedeva negli anni tra il dopoguerra e il boom economico, soprattutto nel nord est italiano. Preparando il film ho scoperto la quantità, elevatissima, di casi di suicidio tra chi non è riuscito a portare avanti la propria azienda.

C’è una scena nel film che è sempre davanti ai nostri occhi: l’occupazione della fabbrica per salvare il proprio posto di lavoro. Il taglio è realistico, quasi documentaristico. Come l’avete realizzata?
Era impensabile andare a girare in una fabbrica davvero occupata. Ne abbiamo trovata una vera e perfettamente in funzione, che abbiamo usato come sfondo scenografico. Nella notte abbiamo preparato la scena con le comparse, i fuochi, gli striscioni, le bandiere e le foto dei bambini. Al mattino, quando dovevamo girare si è creato il caos: sono arrivati gli operai che none erano di turno, quelli di altre fabbriche, i famigliari, tutti allarmati e sconvolti. Quel giorno abbiamo capito che anche se si trattava di finzione stavamo raccontando un dramma serio e doloroso.

Ed è anche l’unica scena in cui lei si concede il colore, il rosso delle bandiere.
Sì, per dare speranza e vigore a un momento brutto in cui i lavoratori, hanno ancora il coraggio e la forza di ribellarsi.

Il suo è anche il racconto di una decadenza privata, ma che si estende a tutto il paese.
E’ la crisi che esplode all’interno della famiglia, che travolge gli affetti e l’amore. Il nostro protagonista, Favino, si chiude orgogliosamente per difendere questi operai che lui conosce personalmente, che lo hanno visto crescere. Non è come quando chiude una grande azienda. Marchionne, per esempio, vede una massa di tute blu, non conosce le storie dei suoi lavoratori come può essere per il proprietario di una piccola azienda. Non sa che uno non riesce a pagare il mutuo, l’altro ha appena avuto un figlio e un altro ancora ha la moglie disoccupata. E tutto questo grava sullo stato d’animo di un uomo che ha ereditato questa responsabilità.

E’ una Torino inedita quella che si vede nel suo film. Una scelta estetica per rappresentare la crisi?
Sulla prima pagina della sceneggiatura, a fine stesura, scrissi che sognavo di realizzare il film in bianco e nero, perché non riuscivo ad immaginare la crisi a colori e devo ammettere che anche il mondo che vedo intorno a me è sempre più grigio.