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#monotono #postofisso: mi ricorda Altan e il suo ombrello

2 February 2012versione stampabile

Una battuta infelice. Davvero? Il #monotono #postofisso come argomento per una battuta fa poco ridere. Fanno più ridere, ci sono nella finestra sotto le news di eilmensile.it i giochi di parole e la satira che quella frase del presidente del Consiglio Mario Monti ha pronunciato in televisione.

Allora: non era una battuta. Le parole scelte spesso tradiscono la linea del ragionamento, la struttura di pensiero, la concezione del mondo. È bello pensare di poter cambiare una monotonia, di fronte a un ventaglio di possibilità. Qui, ora, Italia anni 2000, il sentiero non solo è obbligato, spesso il sentiero proprio non c’è e la monotonia è quella di una vita senza futuro.

Infelice. Battuta infelice. Aggettivo interessante (non vorrei usurpare il blog sugli aggettivi ad Assunta Sarlo: Aggettivi). Poco felice, infelice. Un modo di dire. Una frase fatta. Ma infelice si attaglia di più, per esempio, a chi cerca la ‘monotonia’ e non la trova.

Parole che non si possono liquidare con una descrizione sommaria. I sacrifici chiesti e imposti alle classi più deboli (e dal prelievo sicuro) della prima fase del governo Monti furono invocati con un continuo rimando al futuro dei giovani, a un patto generazionale che si preoccupa dell’avvenire dei propri figli. Quei figli, ci dicono le statistiche, al 31 e passa percento sono disoccupati. Allora non possiamo dire ‘battuta infelice’. Possiamo dire una concezione di che tipo di Paese si vuole rifondare, una visione precisa, un lavoro serrato per dare una svolta in un senso predeterminato.

Le battute si sprecano, e sorridere delle cose è sempre un segno di leggerezza. Sempre che si sia consapevoli del dramma della disoccupazione e del precariato non scelto.
Che spesso si trasforma in tragedia, nel senso classico, e cioè quell’azione in cui i protagonisti cercano di sfuggire a un destino che inevitabilmente si compie.

C’è, in rete, allora chi si chiede perché Monti non lo va a spiegare alle banche, quando chiedono un #postofisso ai precari per un mutuo, chi ricorda che ‘averlo un #postofisso’. E chi, chiediamo venia, accenna al fatto che alla fine si finisca come l’ombrello di Altan nel #postofisso. Leggere i curricula dei richiedenti stage che arrivano in redazione negli ultimi anni racconta di una generazione di giovani poco monotoni e mai abituati al #postofisso. Dover il grado e la qualità di scolarizzazione e studi non ha nulla a che spartire con i ‘lavoretti’ esercitati per brevi e sottopagate parentesi.

Il dibattito è molto più ampio e pericoloso. Il posto fisso, di per sé, significa tutto e nulla.
Il precariato non è invenzione imposta solo di recente, compie ormai lunghi anni di svariate pratiche (e di legislazioni carenti). C’è un secolo che si sta chiudendo a partire dai diritti sindacali conquistati, le relazioni fra attori del mondo del lavoro, rappresentatività sindacale, contrattazione e concertazione. È normale che vi sia una resistenza verso il nuovo. È fisiologico. Ma questa resistenza non può che trasformarsi in opposizione quando un insieme molto politico di tecnici pretende di ‘modernizzare’ un Paese nell’assenza spaventosa della politica in Parlamento. Cioè, siamo in una democrazia rappresentativa, facendo a meno della nostra delega. Partiti in crisi nera. Sindacati che devono assumersi un ruolo quasi improprio. In questa situazione viene da chiedersi se siamo solo noiosi, monotoni, appiattiti e uniformi contribuenti (quasi tutti).

Cittadini?