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La toga, la sfiga e una bottiglia di Pinot Grigio a Brick Lane

4 February 2012versione stampabile

 

Le fasi della mia vita sociale sono state scandite da “luoghi soliti”, penso, mentre cammino col naso per aria alla ricerca di Dray Walk sugli angoli delle vie che tagliano Brick Lane. Luoghi fisici o naturali che ci risucchiano nella loro dimensione fino a ritagliarsi uno spazio un po’ emotivo nelle nostre abitudini.

«Allora, stai arrivando?». La voce di Marleen ha squillato più forte del telefono. «Arrivo, arrivo. Un minuto e sono lì».

La domenica a Brick Lane per noi era uno di quei “luoghi soliti”. Brick Lane sotto la pioggia, con il vento o la neve d’inverno. E stasera sarebbe stato di nuovo così. Per poche ore, di nuovo noi cinque. Sei mesi dopo.

Non sembra vero ma sono già passati sei mesi da quando è finito il Master, penso, mentre attraverso una nuvola di fritto tipicamente asiatico all’ingresso di Dray Walk. E loro eccole lì, quattro giovani donne chiassose sedute a un tavolino.
Al centro una bottiglia di Pinot Grigio e cinque bicchieri.

«Sbaglio o sembra tutto come l’avevamo lasciato?». Ci riabbracciamo, brindiamo e iniziamo a raccontarci di noi.

Marleen, che dopo luglio è tornata in Olanda, racconta con fin troppa modestia del suo incarico da sballo al Financial Times Netherlands. Anche Mirijam, una volta tornata a casa, sempre in Olanda, è stata assunta da una compagnia di marketing di cui dirige la comunicazione visiva. Mathilde, invece, a un mese dal suo ritorno è stata assunta da un giornale di Parigi. Un contratto fino a giugno, dice, lasciandosi sfuggire qualche affascinante erre moscia.

Beh, è chiaro che non è proprio tutto come l’avevamo lasciato, penso, e butto giù un considerevole sorso di Pinot prima che arrivi il mio turno. Dovevo trovare un modo più ironico che patetico per raccontare che anche io ho provato a tornare a casa, il primo luglio, penso. E via un altro sorso. Poi due. E che da quello stesso giorno, per i quattro mesi che sono seguiti, ho lavorato nelle stanze invisibili di un giornale appena nato. Senza contratto, orari fissi, figuriamoci una retribuzione.
«Un’esperienza formativa fondamentale», penso, forse lo dico, e intanto giochicchio col bicchiere cercando un risvolto positivo. «Altrimenti chissà quanto ci avrei messo per decidermi a ripartire».

Il fatto poi che Karolina, ad Atene, si sia scontrata con le mie stesse difficoltà – saranno tutte queste bollicine – fa frizzare anche la mia immaginazione, penso, mentre una cartina virtuale d’Europa mi si srotola davanti e una luce rossa pulsa intermittente e ossessiva sui nostri due Paesi disgraziati.
«Un’altra bottiglia? Questo giro lo offro io», Mirjia.
«Non vorremo mica sbronzarci il giorno prima delle lauree?», Marleen
«Quali lauree?», Io.

«Che domande! Le nostre! Domani c’è la proclamazione ufficiale dei diplomi di Master in giornalismo! Perché saremmo tornate a Londra, altrimenti? Non dirmi che non ti sei iscritta», Mathilde.

A dire il vero no, non mi ero iscritta. E oltretutto l’avevo completamente dimenticato, rimosso. Però ricordo con chiarezza che quando, tempo fa, l’Università di Londra raccoglieva le adesioni per celebrare le nostre graduation, mi ero sentita, come dire… “sfigata”, per usare una parola un “casino” in voga nella scena italiana di quest’ultima settimana.

Un concetto soggettivo quello di sfiga. Il mio, per esempio, va in controtendenza rispetto a quella scuola di pensiero che lo attribuisce a chi, allo scoccare dei ventotto anni, non si è ancora laureato. Vogliamo dare a Cesare quel che è tristemente di Cesare, per la miseria? Lo status di sfigato “se lo merita” giustamente di più chi, a ventisei, di lauree ne ha già una collezione incorniciata alle pareti della stanza e di certezze, fuori, nessuna.

«Se chiami domattina presto forse fai ancora in tempo a prenotare la toga», provano a convincermi. Niente da fare, penso, e intanto è come se vedessi scorrere le fotografie patinate di me dentro a quell’antiestetica toga nera, scattate per ben due volte negli ultimi sei anni.
E anche se si dice che non c’è due senza tre o che il tre sia il numero perfetto, «Io è con voi che festeggio. Stasera a Brick Lane». Che sia scaramanzia, un lucido presagio o solo voglia di concretezza.

Mi avvicino al bancone. «Questo giro tocca a me».

 

4 Responses to La toga, la sfiga e una bottiglia di Pinot Grigio a Brick Lane

  1. Nicola

    4 February 2012 at 13:55

    Scrivi talmente bene che di certo un posto (ovviamente non fisso, altrimenti sarebbe monotono) come scrittrice te lo meriti. Scherzi a parte, hai provato con la letteratura?
    Un caro saluto, N.

  2. ninni

    4 February 2012 at 18:25

    Purtroppo è la realtà italiana.. ci sarà forse qualcosa che non va?? per fortuna Emergency le ha dato questa ottima possibilità!
    Brava Carlotta!! Non mollare!.
    Ninni

  3. giuliano

    14 February 2012 at 10:28

    Auguri per il vs mensile.

  4. Marco Altea

    10 April 2012 at 13:46

    Coraggio Carlotta, insegui il tuo sogno con tutte le energie che hai a disposizione e vai dove esso ti porta ;-)