home » blog » Il Manifesto? RIP

Il Manifesto? RIP

9 February 2012versione stampabile

Con il Manifesto se ne va una parte importante della mia vita. Anche personale. Quando ero bambino andavo in via Valtellina, dove c’era la redazione milanese, e giocavo saltando da una bobina di carta all’altra. Perché grazie alla teletrasmissione, quel quotidiano, primo tra tutti in Italia, veniva stampato in diverse tipografie, tra cui quella milanese, negli stessi locali della redazione, riuscendo ad arrivare meglio e con meno costi nelle edicole di tutta italia.

Poi, crescendo, guardavo stupefatto i monitor a fosfori verdi dove i giornalisti scrivevano il loro pezzi che venivano impaginati e gestiti dal primo sistema editoriale digitale che c’era in Italia.

Appena più grande, discutevo con mio padre Michelangelo sulla necessità di “leggere Konrad Lorenz, o anche solo Danilo Mainardi”, per ragionare su come mai il comunismo aveva funzionato tanto male. Mio padre si incazzava abbastanza: secondo lui Lorenz era troppo di destra, quasi nazista. Io abbozzavo perché era difficile riuscire a spuntarla con lui, in una discussione. Ma tra me continuavo a pensare che se non si fosse ragionato anche in termini “di specie” e non solo con le categorie marxiane non si sarebbe poi molto andati avanti. Poi è arrivato Gregory Bateson, con la sua ecologia della mente, e finalmente ci siamo dati ragione entrambi.

Un po’ di personale, che allora era molto più politico di adesso, per dire che in quel giornale ci sono cresciuto. E poi ci ho anche lavorato. E ancora mi ricordo il mazzo che mi ha fatto Assunta Sarlo, allora a capo della redazione milanese, quando tremebondo le sottopisi il mio primo articolo. Sorso bruno, si intitolò solo dopo un’oretta di discussione collettiva. Me lo fece riscrivere due o tre volte. E poi andò in apertura della pagina milanese.

Ma il Manifesto è stato importante anche per per la mia formazione, ovviamente. Su quel piombo sono cresciuto.

Per cui oggi mi ritrovo per la terza volta orfano, e la tristezza è immensa. Perché quel giornale è stato quello che racconta Bruno Giorgini. Ma è stato, appunto, e da troppo tempo non lo era più.
E alla tristezza si aggiunge la rabbia. Perché da troppo tempo il Manifesto ha scelto di starci davvero, dalla parte del torto. Oppure ci è capitato per incapacità, che è pure peggio. Nonsapendo interpretare quel che accadeva fuori dalla redazione. Non sapendo proporre ragionamenti utili e importanti sui grandi movimenti (ve la ricordate la manifestazione da tre milioni di persone contro la guerra?) e per i grandi movimenti che pure ci sono stati anche se solo a sprazzi.

I mezzi c’erano. C’era il finanziamento pubblico, che non mi sento nemmeno un po’ di difendere com’è oggi. C’era una grande passione. C’erano i lettori.
Ma il Manifesto è rimasto indietro. Nella tecnologia, nella Rete, nell’interpretazione e nel ragionamento sui conflitti esistenti. E anche e forse soprattutto nel proporre, fare emergere e guidare i conflitti che oggi sono indispensabili, e che anche  per colpa della politica politicante, (quella fatta per mestiere e non per passione) in cui il quotidiano comunista ha preferito sguazzare in questi ultimi anni, si sono assopiti o non sono emersi del tutto, o si sono riversati nel personale.

No, non ci riesco a dispiacermi più che ad arrabbiarmi. Muoia il Manifesto, quindi. Ma poi per favore rinasca, perché solo così potrebbe farlo, importante com’era una volta. Quando io saltavo sulle bobine della sua carta.

P.S.

Assunta mi dice che non era a capo della redazione, ché era una redazione democratica e senza un capo. Ma era il mio capo lo stesso.

 

4 Responses to Il Manifesto? RIP

  1. sergio scalvenzi

    9 February 2012 at 14:37

    da ex abbonato ed ora lettore saltuario (non ce la faccio più a leggere le “pagine culturali” che a volte mi paiono vei e propri deliri solipsistici) pensavo di cavarmela ironicamente con il Majakovski che comemmora Esenin: Si dice / che se aveste sostituito /la bohème / con la classe, /la classe avrebbe influito su di voi / e non vi sareste più accapigliato.
    Ma non è così semplice. Mancherà il manifesto? a me, in realtà, è da un po’ che manca. spero torni e torni ad essere il manifesto, non un manifesto qualsiasi

  2. Iaia Deambrogi

    9 February 2012 at 23:40

    Avevo circa 16 quando per Novara diffusi la prima copia de Il Manifesto. Tronfia e orgogliosa come si è a 16 anni.
    Avevo poco più di 20 anni quando facevo le riunioni degli universitari de Il Manifesto in via Valtellina. Li ho incontrato le persone più importanti della mia storia.
    Avevo molti più anni quando portai a mio padre la copia de Il Manifesto che raccontava il rinvio a giudizio per concorso in associazione mafiosa di Andreotti. Fu l’ultimo giornale che lesse.
    Ho vissuto gran parte della mia vita sottoscrivendo per Il Manifesto, discutendo de Il Manifesto, litigando con Il Manifesto. Altrettanto tempo a infuriarmi per cose scritte o non scritte. Aspettando un editoriale.
    Ho potuto insegnare ai miei figli che cos’è un giornale. Mi auguro che mio figlio, 24 anni giornalista possa un giorno dirmi “vado a lavorare al Manifesto”. I.

  3. assuntasarlo

    10 February 2012 at 13:45

    triste per il manifesto.

  4. Amerigo Roncallo

    11 February 2012 at 08:52

    40 anni del manifesto per me che ne ho 48 sono tutta la vita. Dispiace? Certo che dispiace, fa anche molta rabbia. Se la sono cercata? Non credo proprio, certamente restano voci fuori dal coro ma sono criticabili per questo? Io amo le voci fuori dal coro e quelle del manifesto sono tra quelle che rispetto di più. La lotta per la libertà di espressione, di cui e-ilmensile è splendido e commovente esempio, passa senza alcun dubbio anche per la salvezza del manifesto e del suo diritto di essere anche “stonato”.