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Cina, la leadership invisibile del Presidente Hu

10 February 2012versione stampabile

In vista del cambio della guardia ai vertici del potere cinese, previsto per il prossimo autunno, continuiamo a presentare i leader di Pechino di oggi e di domani, in collaborazione con China Files. Abbiamo già raccontato la storia di Xi Jinpin, il probabile futuro presidente della Repubblica Popolare e segretario del Partito comunista. Oggi tocca al leader uscente, il presidente Hu Jintao.

Simone Pieranni/China Files

Ogni mattina – da anni – pare che dopo aver consumato la propria colazione, quasi impercettibilmente, si sposti tra le stanze, fino a giungere alla sua. Da sempre, sulla sua scrivania, lo stesso giornale: Il Quotidiano del Popolo, il giornale del Partito.

Abitudine, passo felpato e Partito Comunista: la triade di Hu Jintao, l’uomo che rendendosi invisibile ha rafforzato la centralità del Moloch. Il capo della Cina che si faticherà di più ad etichettare, perso nella sua declinazione personale sfumata nella grandezza del più vasto residuo esistente del comunismo internazionale, da tempo è silente, ad osservare la propria pacifica successione. Almeno, in apparenza.

Preceduto da rivoluzionari e seguito dal figlio di un rivoluzionario, la posizione storica di Hu Jintao non è delle migliori. Naturale che in mezzo allo sfavillante rosso dei predecessori e successori, il figlio di un commerciante di tè, possa apparire grigio. Austero, fedele al partito e alla linea, capo supremo del decennio in cui la Cina ha riagganciato le distanze con quel mondo occidentale che l’aveva definita, quasi un secolo prima, la “malata d’Asia”, Hu viene considerato un leader enigmatico.

“Una dittatura senza il dittatore”, scrisse il New Yorker della Cina di Hu a sottolineare l’impossibilità di fissare in un’immagine l’attuale, anche se per poco ormai, boss del paese. Abituati al carisma di Deng, alle stranezze di Jiang, per non parlare dell’aura in odore di santità (o almeno di pettegolezzi) di Mao, di Hu Jintao si fa fatica a trovare un elemento che possa contraddistinguerlo in poche parole. Di sicuro tecnocrate, per certo attento al controllo ideologico e fedele più di tutto a ciò che lo ha elevato al rango attuale: il Partito.

Con una necessaria precisazione: in Occidente siamo abituati a percepire i cicli politici dalla nomina, fino al termine del mandato. In Cina non funziona così: il potere esercitato è mutevole, ubiquo e rizomatico, tanti i pertugi in cui si infila, infinite le linee con le quali continua ad esercitarsi. Basti pensare a Jiang Zemin, le cui condizioni di salute fanno traballare ancora oggi sulla sedia tanti politici cinesi.

L’impero di Hu non si offuscherà a breve, ma neanche durerà in eterno: dopo la successione avrà ancora qualche anno come capo della Commissione Militare, poi scomparirà davvero, a meno che in segno di qualche riconoscimento trasversale, la sua spolverata alla confuciana società armoniosa, non venga inserita tra i pilastri del pensiero politico del Partito. D’altronde una delle sue attività più intense è stato proprio quella esercitata all’interno della Lega dei Giovani Comunisti, il suo feudo preferito, quello in cui nascondere le proprie mire, muovendo altrui pedine.

Grigio, si diceva, anche nelle occasioni internazionali: la foto che forse lo contraddistingue meglio lo ritrae seduto, da solo, su un divano, con le cuffie e preso nel ripasso di un suo intervento, ad un vertice internazionale. Pochi aneddoti, anche. L’unico particolare, durante la sua visita negli Usa (un vero e proprio ricettacolo di maschere per i leader cinesi) quando prese in giro la sua controparte, un governatore del New Jersey, notando i suoi capelli grigi. Hu, sottolineando il nero della sua chioma, sorridendo disse: “forse la Cina in questa zona d’America ha qualcosa da esportare”. Ci si può immaginare le risatine forzate. Era il 2001.

Hu Jintao, alla ricerca spasmodica di associazioni visive, si può ricollegare a qualche parole chiave: armonia, il popolo prima di tutto (yiren weiben, fu una sua puntualizzazione famosa, ancora prima di diventare il capo). Sono questi i refrain di Hu Jintao, neanche realizzati fino in fondo, dicono i suoi detrattori.

Nato nel 1942, è stato il primo leader cinese che ha iniziato la carriera politica dopo l’avvento del Partito Comunista nel 1949, nonché il più giovane in assoluto (a 39 anni) ad entrare a fare parte del Comitato Centrale del Politburo, allora composto da soli sette membri.

Passa alla storia come il “protetto” di Deng Xiaoping, che decise la sua ascesa con ben dieci anni di anticipo, dopo che il giovane Hu venne notato durante le sue attività nel Gansu da Ping Song, anziano rivoluzionario, ma con tante ferite condivise con il vecchio Deng. Entrò nel Partito nel 1964, vide il padre condannato a morire di Rivoluzione culturale (accusato di essere un capitalista, un contrappasso ormai comune nelle nuove generazioni di leader cinesi), governò il Tibet con mano ferma, proclamando la legge marziale e stroncando una rivolta. Pare abbia anche contribuito e non poco alla fine misteriosa dell’allora Panchem Lama. Era il 1989, non una data come le altre. Proclamando la legge marziale in Tibet, Hu Jintao tesseva il ringraziamento più grande al suo “compagno” Deng Xiaoping, preso a sistemare le battaglie interne ed esterne (gli studenti) per assicurare al paese e a Hu, un regno prospero. Un filo che conferma la natura del giovane Hu: una straordinaria carriera, pronto a non fare mai, apparentemente, del male.

Di lui si disse, poco prima della sua salita al trono, che amasse giocare a ping pong e i balli da sala. Ma sono note invece le sue straordinarie capacità di compromesso: un leader invisibile, apparentemente senza nemici, quindi libero di colpire all’improvviso, senza che nessuno possa intuire un’antipatia o uno scontro pregresso. Già all’università i suoi ex compagni di corso lo avevano ricordato come uno studente rispettato, proprio perché attento, senza nessuno che potesse recriminare per qualche suo comportamento straordinario. Il passo cadenzato del gregario, che improvvisamente si scopre leader: quando la strada davanti è libera. Perché nessuno avrebbe mai pensato ad una fuga di quello lì, l’invisibile.

E incolore pare sia tornato in questa fase particolare della storia cinese. Hu Jintao da un po’ di tempo sembra essersi attorcigliato su stesso, preso da un clamoroso silenzio e forse chiuso nella sua stanza di Zhongnanhai a mettere in fila le immagini (pare abbia una straordinaria memoria fotografica) di quanto gli sta passando di fronte. Potrebbe assomigliare all’uomo che dal loggione osserva qualcuno laggiù, in questo caso Xi Jinping, nella sala, circondato da sguardi di approvazione e da donne dal fascino misterioso. Solo che il capo è ancora lui.

“Un imperatore pre-moderno”, altra definizione: “senza sangue e senza carne, preso a mostrare deferenza verso gli anziani, una sistemazione strategica dei nemici, la padronanza della retorica e una mitezza seducente”, ha scritto The Atlantic.

Ma Hu Jintao ha compiuto alcune alchimie non da poco. Una sorta di democristiano con caratteristiche cinesi, un’anatra, si è detto, che mette una zampa a destra e una a sinistra, contemporaneamente.

Dal 2002, ha provato a fare il “riformatore”: ha privatizzato ampi settori dell’economia cinese, favorito la quotazione di società statali all’estero, come capo della scuola centrale del Partito a Pechino ha sostenuto il dibattito e lo studio della democrazia e ha incoraggiato lo sviluppo di internet.

Eppure lo stesso Hu ha denunciato l’inquinamento spirituale occidentale, ha mostrato determinazione a ingabbiare futuri premi Nobel, artisti di fama mondiale, a disintegrare anche solo l’accenno di una rivolta mai scoppiata (quella dei gelsomini). Un altro aneddoto: pare che a porte chiuse, all’inizio del proprio mandato, abbia anche speso lodi al regime nordcoreano.

E’ arrivato al potere in pace e lo consegna in pace. Ha preservato il Partito, consegnando come propria eredità la riforma culturale lanciata dall’ultimo Comitato Centrale. La lascia nelle mani di Xi Jinping, che dovrà curare un paese che sotto traccia potrebbe nascondere ira e instabilità, la cui unica certezza appare l’emanazione burocratica e storica dell’uomo, solo e apparentemente senza qualità: la centralità del Partito Comunista.