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Eternit, aspettando la sentenza

10 February 2012versione stampabile

Christian Elia

Il 13 febbraio 2012 il tribunale di Torino si pronuncerà sulla richiesta di condanna da parte del pubblico ministero Raffaele Guariniello nei confronti dello svizzero Stephan Schmidheiny e del belga Jean Louis De Cartier De Marchienne, ex proprietari della Eternit, la fabbrica di amianto che in ottanta anni di storia ha causato la morte di almeno 1200 persone a Casale Monferrato e di circa duemila persone in tutta Italia. Il pm ha chiesto venti anni di reclusione per entrambi, ma quella che si aspetta è una sentenza storica, che individui nuovi limiti della pratica del profitto sulla pelle dei lavoratori. E, il mensile ne ha parlato con Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller, autori del documentario PolvereIl grande processo all’amianto, che raccoglie la rabbia e il dolore dei casalesi.

Il vostro lavoro racconta ‘solo’ la storia di una cittadina di provincia? O spinge a riflettere anche su un modello di sviluppo, su una filosofia del profitto?

Naturalmente il caso dell’Eternit di Casale Monferrato è emblematico di un certo modello di sviluppo industriale che , fino agli anni Ottanta e Novanta, è prevalso anche nel nostro Paese. Un modello tutto teso a massimizzare i profitti e che non teneva nel minimo conto nè la tutela dell’ambiente , nè  quella della salute umana. La nostra intenzione era quella di fare un film il cui tema di fondo fosse “La responsabilità sociale delle aziende” e in particolare delle grandi aziende multinazionali.
La vicenda tragica di Casale si può quindi leggere nel film come il paradigma di uno sviluppo industriale che ha riguardato e riguarda molti campi dell’industria e la maggior parte dei Paesi del mondo.

L’amianto è un ricordo del passato? Che idea vi siete fatti lavorando sul tema e studiandolo?

L’amianto, bandito in Europa, è estratto e lavorato in molti grandissimi paesi del mondo: Russia, Cina, Brasile, India, Thailandia….Mentre i Paesi Europei sono alle prese con  costosissimi e quasi impossibili sforzi di decontaminazione il 75 percento della popolazione mondiale usa l’amianto-cemento ed è esposta ai suoi rischi. Perciò il problema amianto è oggi più attuale che mai.

I comitati, i cittadini, i territori. Ma davvero in questo Paese, e non solo, sono rimasti loro a difendersi e difenderci?

Le esperienze dei territori in cui il dramma amianto si è manifestato con maggiore violenza sono fondamentali per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica al problema. Tuttavia la bonifica dei siti inquinati richiede ingenti risorse finanziarie che solo una politica statale è in grado di garantire.

Che sensazione avete avuto, lavorando, rispetto alla comunità locale? Un esempio di ‘non nel mio cortile’, o persone che si rendono conto di come una battaglia per i diritti non ha un limite geografico?

L’esperienza di Casale Monferrato e dei suoi Comitati di lotta dura ormai da trent’anni. In questo tempo la consapevolezza del dramma mondiale dell’amianto è cresciuta nella popolazione che, al di là della rivendicazione dei suoi giusti diritti, considera la messa al bando dell’amianto un problema globale di civiltà.I rappresentanti del “Comitato vittime di Casale” sono fra i menbri più attivi degli organismi internazionali che si battono per la messa al bando planetaria dell’amianto.

Lavorando a Taranto o in altre città ferite dal lavoro, a volte, ci si trova a combattere un nemico inatteso: gli operai. Alla malattia si può sfuggire, alla fame no. Il ricatto del lavoro, con persone che preferiscono correre rischi pur di non perdere il posto. E’ capitato anche a voi di raccogliere questo genere di testimonianze, anche se la fabbrica ha chiuso a metà degli anni Ottanta? Vi hanno raccontato di questo atteggiamento?

Il baratto salute/posto di lavoro è stato molto frequente negli anni Settanta e Ottanta. In molti casi i sindacati e gli operai stessi hanno appoggiato e difeso questa linea mirante a difendere a qualsiasi costo i posti di lavoro. L’esperienza di Casale è decisamente particolare perchè fin dagli anni Settanta la Camera del Lavoro locale ha cominciato ad impostare, spesso in contrasto con gli organi centrali del sindacato, una politica di apertura alle forze sociali, gruppi ecologisti, medici del lavoro e scienziati, giungendo ben presto alla conclusione che mantenere a qualsiasi costo i posti di lavoro anche a scapito della salute degli operai e dei cittadini non era più accettabile. Si è trattato di una politica pioneristica in Italia dove il cosidetto “ricatto occupazionale” è ancora ben presente.

Luoghi legati a una sola produzione, come Casale. Cosa resta di questo borgo, che realtà avete trovato, dopo che la ‘fabbrica’ va via?

Casale Monferrato, pur dovendo ancora sopportare pesantemente le conseguenze di una produzione nociva, è un chiaro esempio di come un territorio , un tempo votato ad una mono-produzione, possa trasformarsi diventando un esempio della possibilità di produrre in modo “pulito”.