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Binario 21: Vinicio Capossela

11 February 2012versione stampabile

Antonio Marafioti

«Intanto bisogna ringraziare questi uomini e il presidio che si è formato intorno perché in realtà è una lotta che si fa più per noi tutti che per loro. Credo che sia un atto di estrema ingratitudine cancellare i treni che hanno fatto la storia di questo Paese, i treni a lunga percorrenza, i treni notte. È come togliere un diritto fondamentale che deve essere garantito dallo Stato, a prescindere dai risultati economici. Mi meraviglio che la gente possa accettare una decisione come questa senza protestare perché è come un sopruso. Quello che fa arrabbiare davvero è che qualcuno possa disporre arbitrariamente di un bene comune senza rendere conto all’utenza». Vinicio Capossela ha già visitato nelle scorse settimane i lavoratori di Servirail, ex Wagon Lits, licenziati dopo i tagli sui treni notte. Oggi il cantantautore torna sull’argomento rispondendo alle domande di E-il mensile.

Che idea ti sei fatto del comportamento dello Stato, delle istituzioni, in questo braccio di ferro che dura da più due mesi?
La cosa più straordinaria è che abbiamo uno Stato che continua ad aumentare ogni tipo di pressione fiscale e a ridurre completamente ogni tipo di servizio. Quindi da un lato si fa appello al bene comune. È ovvio che tutti si debba pagare le tasse, ma credo anche che lo Stato debba garantire dei servizi a partire dai treni, dalle scuole, dall’acqua. Sono cose che sappiamo tutti. Io credo molto nello Stato, credo che sia una grande conquista di civiltà. Penso anche, però, che lo Stato non si debba tradurre in burocrazia, in balzelli; dovrebbe essere un sistema che garantisce che non ci si sbrani l’uno con l’altro. Questo dovrebbe essere il suo ruolo.

Un ruolo che invece sembrano voler svolgere Oliviero, sulla torre da due mesi, Stanislao, da dieci giorni, e tutti quelli del presidio permanente, oltre che i lavoratori delle altre città.
Posso dirgli solo Grazie. Grazie per la battaglia che stanno portando avanti e che ognuno sente propria. Grazie perché ci stanno facendo capire che invece di migliorare ciò che abbiamo, dobbiamo ancora lottare per quello che ci hanno tolto. Grazie anche per questa forma di protesta che fra l’altro è molto pregevole, e molto civile, perché non crea disagio agli altri.

La creazione del disagio è compito di altri a quanto pare.
Credo che il tessuto ferroviario sia un momento di unità nazionale, della quale abbiamo festeggiato i 150 anni solo pochi mesi fa. Con queste soppressioni si rende più frammentato il Paese: l’alta velocità esiste in tutti i Paesi d’Europa, ma solo qui diventa motivo di speculazione. Penso alla divisione delle quattro classi, alla soppressione di tanti treni interregionali, e di un servizio che dev’essere garantito. E poi naturalmente l’uso del treno ha anche delle implicazioni pratiche: se non ci si limitasse a collegare Roma e Milano, ma si potenziasse la rete in modo più capillare, le strade si svuoterebbero un po’. Le mie sono riflessioni da cittadino.

Da cittadino?
Certo, ho sempre amato tanto il treno, adoro viaggiare di notte, perché permette di vivere i tempi umani della separazione, dell’arrivo, dell’attesa. Credo anche che sia uno strumento sociale formidabile. Penso a tutta quella gente che dal Sud si deve muovere per necessità verso Nord. Rendergli la vita così scomoda, rincarargli il prezzo del biglietto lo trovo un atto di ingiustizia. Mi spiace anche che sia stata fatta passare l’idea estetica: non è un fatto estetico, come quando finisce l’Orient Express, non è che si tolgono i vagoni letto perché ci sono gli aerei low cost. Intanto non sono così low cost: per andare da Milano a Catania, c’è il monopolio Alitalia, e un aereo ti costa più che in passato. In più ci sono treni che spesso si prendono per bisogno, non soltanto per poesia.

La poesia del viaggio?
Esatto. Credo che il sistema ferroviario permetta da sempre all’uomo di misurare il senso del suo spostarsi, del suo destino. Perché un viaggio equivale sempre a compiere un destino: trasformarlo in senso di luogo.