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Una serenata sotto la torre

12 February 2012versione stampabile

Qui il video della serata completo

Antonio Marafioti

Quando lo andiamo a prendere nel suo studio di via Scarlatti a Milano, la temperatura in città è di meno cinque gradi. Il freddo è tagliente e l’unica riflessione possibile è che è inimmaginabile anche solo pensare di suonare all’aperto. Perché quel gelo fa dimenticare anche il proprio nome, figuriamoci le parole di una canzone. Ma Vinicio ci accoglie sorridendo e domandando: «Andiamo?». Gli chiediamo come riesca a farlo. «Ah se ce la fanno quei ragazzi a stare lassù, ce la posso fare anche io». Quei ragazzi sono Stanislao Focarelli e Oliviero Cassini: il primo sulla torre faro del binario 21 di Milano Centrale da dieci giorni, il secondo da oltre due mesi. Per loro, e gli altri licenziati di Servirail, il cantautore ha in mente un omaggio ben preciso: «Voglio che sia una serenata. Non chiamarlo concerto – aveva detto alla vigilia – anzi, per piacere, evita di spargere la voce, vorrei stare solo con quei ragazzi». Che non sia una frase come le altre te ne accorgi quando lo vedi sedersi a tavola per mangiare un boccone prima del concerto. È a disagio finché non capisce che tutte quelle macchine fotografiche sono dei lavoratori, non dei giornalisti. Tra un bicchiere di vino e una battuta sul calcio con Gianni Mura, si distende e inizia a discutere di treni. Di fronte a lui ha Gregorio, uno dei licenziati, che gli racconta come le difficoltà di questi mesi si siano moltiplicate. Insieme al suo compagno è costretto a spostarsi di casa in casa pur di restare a Milano e non abbandonare il presidio. «Ora viviamo a Voghera nella stanza di Stanislao, viaggiamo ogni giorno». Sono tante le storie raccontate davanti a un piatto di gricia preparato nella cucina affianco alle quattro tende canadesi che di notte si fanno il condominio dei lavoratori ex Wagon Lits.

Tra un aneddoto e l’altro, pasteggiare con il vino riscalda il corpo, e la voce si fa più potente quando i commensali alternano riflessioni sulle corse soppresse dei treni notturni Reggio Calabria-Milano, a quelle sul confronto tra Maradona e George Best. E poi si ritorna al binario, dove c’è un poliziotto che sorride mentre si rulla una sigaretta. «Che forza ha questa gente», dice uscendo per un secondo dal ruolo superpartes che sembra stargli stretto. Anche lui, seppur per lavoro, è presente a una serata musicale che non tutti possono raccontare di aver vissuto. «Sembra una scena di Miracolo a Milano», dice Mura. «Gianni dai, andiamo a ringraziare in cucina», gli suggerisce Capossela che ora ha voglia di suonare. Lo si capisce da come si alza da tavola e saluta i commensali. Un rapido sull’attenti. Poi infila la cucina, un saluto ai cuochi e uno alla torre. Quando il sound check termina, la temperatura è troppo bassa. Poco prima di inforcare la chitarra un’ultima fermata vicino a uno dei fuochi accesi tutt’intorno. Insieme a lui c’è la mia penna: anche l’inchiostro nella biro sembra rifiutarsi di fare il suo dovere. Vinicio no. Lui porta quattro grappe sui due tronchi di legno che gli fanno da leggio, una sorsata di incoraggiamento alle corde vocali e via. Silenzio. Si volta, guarda il suo chitarrista, Alessandro “Asso” Stefana, e insieme iniziano. Il primo pezzo è una cover: “L’organizzazione nuova” di Enzo del Re.

Dopo il primo accordo l’aria si riscalda magicamente, il freddo sembra diminuito di colpo. Dopo il primo accordo i piedi non battono più al suolo, il silenzio è caldo e gli occhi sono puntati sul microfono e sulla chitarra che lui tocca con le mani coperte da due guanti tagliati, poco prima in cucina, all’altezza della seconda falange. Che sia una serenata lo si capisce già alla fine del primo brano: gli applausi non sono quelli di un anfiteatro, di un palazzetto dello sport. Ricordano piuttosto quelli di un gruppo di amici che si ritrovano in casa per una jam session, dove ognuno suona il suo strumento. Intorno ai due musicisti ci saranno sì e no una trentina di persone. A loro è dedicato il secondo brano, “Lu bene mio” di Matteo Salvatore. Le parole del cantante di Apricena incantano al di là del microfono. Qualcuno vicino al fuoco sussurra le cronache dei giorni passati: «Avresti dovuto esserci quando è venuta la bambina di Oliviero qualche giorno fa. Ha otto anni e vederla salutare il padre da sotto la torre faceva venire un groppo alla gola». Una voce risponde: «Mi ricorda un film di Pietro Germi». È il poeta Vincenzo Costantino “Cinaski”. Per molti è l’alter ego di Vinicio, per altri una sorta di fratello maggiore. E si capisce che la verità sta nel mezzo quando la musica è ancora quella di Salvatore, “padrone mio ti voglio arricchire, come un cane voglio lavorare, e quando sbaglio, tu dammi le botte, voglio la morte e non mi cacciare, ho tre figli, che vogliono il pane, chi glielo dà, è il loro papà”. Vinicio canta guardando la torre, Cinaski gli sorride orgoglioso mentre se ne sta seduto su una balla di vecchi fogli. Ora non è la grappa che scalda il corpo, ma sono le parole che scaldano la lotta. La rifocillano in una notte glaciale. Il ritmo scelto da Vinicio è quello del treno, a dargli forza non è un motore, ma due chitarre e un pianoforte elettrico. Le canzoni parlano di lotta e di ferrovie. Ti aspetti magari di sentire “arrivare” la “Locomotiva” di Guccini, e invece lui ritorna al canto popolare di Avellino, la sua terra, con un arrangiamento di “Franceschina La Calitrana”, una sorta di bocca di rosa del 1870. La platea sorride, sulle basse tonalità la voce del cantautore si esalta come un rum barricato nel rovere. Poi il canto attinge da oltreoceano, da Bob Dylan, con una cover magnifica di “When the ship comes in”, tradotta in italiano con il titolo Quando la nave attraccherà. Anche se il gelo rimane quello delle prime ore, gli spettatori immobili sembrano avere caldo. Sembrano non muoversi per godersi il tepore musicale generato dalle note del menestrello di Duluth.

I treni che passano accanto al binario 21 non fischiano più, come se sapessero che non è opportuno disturbare. Stanislao e Oliviero stanno affacciati dalla torre quasi fossero sul balcone di casa nella piazza di paese durante una serata di metà agosto. L’empatia tra loro in alto e l’artista giù, si palesa alle prime note di “Ultimo amore”. Una serenata. La serenata. “Fresca era l’aria di giugno e la notte sentiva l’estate arrivare”. Vinicio la canta come se fosse un augurio, come se sapesse di avere l’arma più potente per quei lavoratori senza stipendio da due mesi: la speranza. Questa la conoscono quasi tutti, e mentre il coro canta i versi più imponenti, Cinaski continua a sorridere su quella balla di fogli vecchi. Ora dondola anche le gambe. Ha un bicchiere di vino rosso in mano. Vinicio preferisce continuare con la grappa, un sorso dopo ogni brano fortifica la voce. Il libro che ha in mano e che poggia sull’organo che si è portato da casa è una raccolta di Primo Levi. Legge e canta. Quasi fosse uno spartito scritto a quattro mani con lo scrittore torinese. “E brucia Rosamunda, brucia che mi piaci, brucino i tuoi baci nella cenere ancor”.

Finalmente Cinaski guadagna il palco, un metro per uno, e al microfono saluta il pubblico e la torre: «Ma quante frecce rosse partono da Roma per Milano ogni giorno? Venti? Io mi chiedo, ma su venti nessuna centra il bersaglio? In questo Paese un atto di civiltà diventa un atto di coraggio. Si è degli eroi solo quando si cerca di essere ciò che si vuole essere». Poi, commosso, senza mai guardare il pubblico, affonda gli occhi e la barba su un libro e legge due sue poesie, “L’eroe” e “La Stazione”. Vinicio lo guarda sorridendo mentre tira fuori dalla tasca una mano ghiacciata per offrirgli un sottofondo in Mi minore al pianoforte. Cinaski saluta da lontano Oliviero e Stanislao, mentre analizza, tra Einstein e Umberto Eco, il concetto di forza di volontà. «Oliviero, Stanislao, siate energici», grida, prima della chiusa: «Affrancati da te stesso e dall’attesa. Per amare la vita bisogna tradire le aspettative. Guardati intorno e guardati da chi si professa libero». C’è ancora il tempo per una canzone, Letterina di Natale di una prostituta di Minneapolis, ripresa da Tom Waits. L’ultimo treno che passa, fischia. Vinicio da sotto la torre: «Buonanotte Oliviero, Buonanotte Stanislao».

Qui il video della serata completo

2 Responses to Una serenata sotto la torre

  1. mencaraglia

    12 February 2012 at 18:14

    moretti, salga su quella torre, CAZZO !!!

  2. laura giovanna carnevale

    12 February 2012 at 18:49

    almeno sotto la torre!c….o