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Nigeria: cresce il Pil, aumentano i poveri

14 February 2012versione stampabile

Alberto Tundo

 

Il Pil cresce a ritmi vertiginosi, il numero dei poveri pure. È questo il paradosso dell’economia nigeriana secondo il National Bureau of Statistics (Nbs), che ha appena pubblicato un documento con cui fotografa le contraddizioni di un Paese in cui l’impetuosa crescita economica non ha fatto guadagnare terreno nella lotta alla povertà. The Nigeria Poverty Profile 2010 Report mette a nudo, in 26 pagine, le debolezze di un’economia che si stanno traducendo in altrettanti punti deboli sotto il profilo politico e sociale. Cominciamo dalle cifre, però. Il dossier è stato elaborato nel corso del 2011, sulla base dei dati relativi al 2010. Secondo lo studio, in Nigeria, su una popolazione di 163 milioni, 112,5 milioni di persone vivono in una condizione di povertà relativa: il 69 per cento. Nel 2004, anno al quale si riferivano i dati elaborati nell’ultimo studio, era il 54,4 per cento. Nei suoi calcoli, l’Nbs ha preso in considerazione diverse definizioni di povertà e diversi modi di calcolarla: all’indice di povertà relativa, gli esperti dell’ufficio centrale di statistica hanno affiancato misurazioni più “assolute”, come quella basata sul rapporto dollari/giorni (in base alla quale risulta povero il 61,2 per cento della popolazione) e l’analisi multidimensionale sulla “povertà soggettiva” (93,9 per cento). Yemi Kale, il direttore dell’Nbs, riassume le analisi così: “Gli indicatori di povertà assoluta dicono che nel 2004 il 54,7 per cento dei nigeriani viveva in povertà, percentuale che nel 2010 è cresciuta fino al 60,9 per cento, cioè 99 milioni e 284 mila persone”.

Percorsi di calcolo diversi che arrivano alla stessa conclusione: la povertà è aumentata in anni in cui il Pil nigeriano è cresciuto senza battute d’arresto: 10,3 per cento (2003), 10,6 per cento (2004), 5,4 per cento (2005), 6,2 per cento (2006), 7 per cento (2007), 6 per cento (2008), 7 per cento (2009), 7,87 per cento (2010). L’economia nigeriana è andata bene anche nel 2011 (+7,69 per cento) e potrebbe proseguire sulla stessa strada anche quest’anno: il Pil dovrebbe crescere del 7,2 per cento, dicono le stime della World Bank, che lo scorso dicembre ha definito la Nigeria la quarta economia al mondo per crescita del Pil.

Pare strano, l’economia galoppa ma il Paese rimane fermo: la forbice sociale continua ad allargarsi e i divari si cristallizzano. Nell’enorme Paese, diviso in 36 Stati e in sei macroregioni, la faglia tra il nord musulmano, povero e politicamente marginalizzato, e il sud cristiano dove si concentra la maggior parte dei pozzi petroliferi è sempre più evidente. È nel Sudovest che si registra la povertà media inferiore (59,1 per cento), nel Nordovest e nel Nordest quella più alta (rispettivamente 77,6 e 77,3 per cento). E questo ovviamente genera instabilità e crea l’ambiente ideale in cui proliferano formazioni come Boko Haram, la setta radicale che ha dichiarato guerra al governo nigeriano e che in pochi anni si è trasformata nella principale minaccia alla sicurezza nazionale.

Una prima spiegazione del paradosso, la si può trovare nel fatto che l’economia nigeriana è trainata dalle esportazioni degli idrocarburi: petrolio e gas da soli valgono l’80 per cento del budget federale. Portano ingenti quantità di valute pesanti che tuttavia non creano circoli virtuosi. Al contrario, buona parte di quel fiume di denaro finisce in conti segreti e alimenta la diffusissima corruzione che è uno dei mali endemici del Paese. Pesano anche altre contraddizioni, come il fatto che il primo produttore di petrolio del continente africano, non avendo mezzi e know how per raffinarlo, abbia bisogno di importare benzina, esponendosi alle oscillazioni del prezzi di quest’ultima. La conseguenza la si è vista poche settimane fa, quando il governo federale ha deciso di eliminare le sovvenzioni statali, provocando un istantaneo raddoppio del prezzo del carburante, anche nel mercato nero, mossa che ha provocato rivolte di piazza e disordini che hanno costretto l’esecutivo a schierare l’esercito.