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Falklands/Malvinas. Geopolitica e petrolio alla fine del mondo

16 February 2012versione stampabile

In fondo all’Atlantico meridionale si trova l’arcipelago più costoso per Londra, quelle isole strappate all’Argentina nel 1833 e che portano due nomi, Falklands e Malvinas, a seconda di chi le nomina. Per la loro sovranità nel 1982 Argentina e Gran Bretagna combatterono una guerra che si chiuse con la vittoria inglese e un bilancio totale di un migliaio di morti. La dittatura argentina crollò dopo la sconfitta militare, mentre dall’altra parte dell’oceano la signora Thatcher si assicurò un regno lungo e stabile. A 30 anni di distanza, di Falklands-Malvinas si torna a parlare: questione di diritti di pesca e di estrazione del petrolio che, ormai si sa, sotto quei fondali riposa in abbondanza. Insomma, le isole sono tornate strategiche, per fortuna senza che si possa ipotizzare seriamente un conflitto armato. Questa volta i ruoli sono invertiti: Buenos Aires, in base alle risoluzione ONU, chiede un tavolo per discutere di sovranità e soprattutto di affari; Londra invece reagisce con toni militareschi e spedisce navi e uomini in capo al mondo. Addirittura Hollywood, anche se con la sua parte più “schierata”, sostiene la causa argentina. Sean Penn, di passaggio a Buenos Aires settimana scorsa ha incontrato Cristina Kirchner e condannato “il colonialismo fuori tempo massimo “di Londra.

L’andamento della crisi delle Falklands-Malvinas potrà essere un interessante indicatore dello stato attuale dei rapporti di forza sullo scacchiere planetario. Anche perché questa volta i Paesi latinoamericani sono solidali tra loro, nel G20 hanno un peso non irrilevante e anche gli Stati Uniti sono per il dialogo. Forse in questo mondo post-bipolare sono maturi i tempi per chiudere definitivamente le ferite del passato coloniale e per ipotizzare nuovi partenariati tra ex-rivali. Questa volta, però, tocca al Regno Unito essere all’altezza della sfida.