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Il coraggio dell’angoscia

17 February 2012versione stampabile

Indagavo, come faccio spesso, i libri del mio scaffale brasiliano e mi è capitato in mano un titolo che fu, anni fa, molto illuminante. Si tratta di «Carnavais, malandros e herois» di Roberto da Matta. Non è difficile tradurre: Carnevali, malandri ed eroi. Del libro è fondamentale il sottotitolo (che traduco): «Per una sociologia del dilemma brasiliano». Il sociologo ha ragione: il carnevale è la rappresentazione più efficace del dilemma brasiliano. Quel dilemma che il formidabile poeta Ferreira Gullar svela quando dice che «la nostra è una cultura che non nasce dalla mitologia né dalle divinità e che, se più tardi le adotta, lo fa più in funzione della pratica che della mistica, più in funzione della festa che del rito (…)». Fermo la lente su due parole: più in funzione della festa che del rito.

Ecco una chiave di lettura: la festa – contrapposta al rito. La festa che non accetta restrizione (vedi lo sciopero della polizia represso non dal governo, ma dai carri allegorici) e che nel suo sovvertimento delle regole (le scuole di samba sono, in gran parte, infiltrate dalla criminalità organizzata nei quartieri più difficili di Rio) mantiene intatto il mistero dei “carnevali” (la “prima blasfemia”, come ebbe a dire Florens Christian Rang), dei “malandri”, i balordi sentimentali, i banditi con una sorta di morale e gli “eroi”: e chi sono costoro? Gli operai che lavorano mesi dietro le quinte: le madri e mogli della “comunità carente” che si prestano ai più diversi ruoli; i brasiliani che credono ancora nella forza taumaturgica del samba, della batucada, del “compasso” (il passo elegante e misterioso della Capoeira) che come la Capoeira è lotta e danza insieme? O tutti noi, che scendiamo in strada e partecipiamo alla “pratica” e al “rito” accettando la sospensione del tempo, la parentesi di questo “car naval” che salpa? Nessuno sa rispondere veramente alla domanda del perché in Brasile il carnevale sfoggi tutt’ora questa forza dirompente, insindacabile, totalizzante.

Il teologo e filosofo Christian Rang, a inizio del secolo scorso, in un testo qua e là piuttosto criptico, scrive: «Perché a questo popolo venne assegnato un particolare coraggio dell’angoscia (…). La sua vittoria, la sua libertà esso l’hariportata e ottenuta come un trionfo e un ipertrionfo carnevalesco».

Riso, maschera, travestimento: l’arte di sopravvivere.