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Una vita oltre il Mediterraneo

18 February 2012versione stampabile

di Cecilia Deserti
foto di Francesco Cusenza

A partire da marzo del 2011, come conseguenza della guerra in Libia, sono approdati sulle coste italiane circa 21600 “profughi”. I loro paesi d’origine sono Somalia, Eritrea, Mali, Ciad, Sudan, Ghana, Nigeria, Costa d’Avorio, ma anche Bangladesh e Pakistan.  Molti erano in Libia a lavorare, a volte anche da anni; altri, già in fuga da situazioni di guerra, puntavano all’Europa in cerca d’asilo, diritto che in Libia non è riconosciuto. Numerosi e documentati sono stati i casi di imbarco coatto attuato dalle milizie di Gheddafi, a titolo di ritorsione nei confronti dell’Italia un tempo “amica”. Una volta arrivati è stata fatta fare a tutti domanda d’asilo e sono stati accolti da  un sistema creato ad hoc grazie alla dichiarazione dello stato d’emergenza e alla conseguente gestione da parte della Protezione Civile. Smistati in base a criteri di proporzionalità numerica sui territori regionali, e senza riferimento al sistema d’accoglienza precedente, le modalità di presa in carico sono state disomogenee.

ASGI (associazione studi giuridici sull’immigrazione) stima che il 70% riceverà un diniego alla domanda d’asilo. L’esito paradossale della procedura, sarà lo scivolamento dei “diniegati” nella clandestinità, dopo un’attesa lunga anche un anno. La battaglia portata avanti da associazioni ed enti locali chiede il riconoscimento della protezione umanitaria a tutti i profughi provenienti dalla guerra in Libia, indipendentemente dalle condizioni del paese d’origine, elemento che è invece centrale nella valutazione del riconoscimento dello status di rifugiato.

Da Partanna, cittadina della provincia di Trapani, a Lizzola, paesino delle montagne bergamasche, i richiedenti asilo sono stati accolti in luoghi a volte isolati. L’attesa è un’arte che logora, la forza dei ricordi del passato a volte soverchia la capacità di immaginare un futuro, e intanto si è intrappolati in un presente che si interroga alla ricerca di senso. La storia raccontata alla commissione territoriale che deciderà della loro domanda d’asilo è l’unico unico appiglio per negoziare la loro presenza qui. Scappati da una guerra che tuttavia non è considerata motivazione sufficiente per concedere una forma di protezione internazionale, l’ambiguità della loro presenza è resa evidente dalle reazioni degli abitanti locali. Accoglierli si deve, ma il fastidio manifestato da alcuni è malcelato, ed evidenzia i limiti del nostro paese nella capacità di leggere nelle loro esperienza di vita una ricchezza da non disperdere.

2 Responses to Una vita oltre il Mediterraneo

  1. el azzaharita

    21 February 2012 at 12:46

    e ce la prendiamo, come al solito, con l’anello più debole della catena. Mai con i nostri politici che hanno favorito ciò!

  2. cecilia

    30 May 2012 at 09:22

    sono d’accordo con te sul fatto che la denuncia forte e chiara da fare sia sulla modalità emergenziale con cui è stato gestito il fenomeno,scavalcando e disconoscendo le capacità già presenti sui territori e scegliendo le strutture con criteri spesso poco trasparenti (vedi il residence ripamonti nell’hinterland milanese). L’articolo però voleva essere un’ulteriore fotografia di quello che è successo dal punto di vista locale. perchè sia io(che l’ho scritto) che francesco (che ha scattato le fote) abbiamo cercato l’incontro da questo punto di vista. E infatti le foto cercano di raccontare spunti della vita quotidiana e non non i meccanismi della politica più ampia. Quello che è successo a livello locale,oltre che da un lato il disagio, soprattutto per piccole località, di dover convivere con nuovi vicini di casa, è stato anche una grande mobilitazione solidaristica. Accetto quindi volentieri la tua critica sulla mia mancata di cura di sottolineare gli elementi di positività. Anche se il malessere sociale dimostrato anche nelle dinamiche “micro” a volte dice molto di quello che succede nella società più ampia, e ciò che succede nei palazzi della politica non è del tutto scollegato dalle “reazioni di piazza”, e viceversa.Non era mia intenzione prendermela con l’anello più debole della catena,come lo definisci tu, ma con una società intera, che a molti livelli diversi è incapace di accettare un ruolo,dettato anche dalla sua posizione geografica, di accolgienza e terra d’asilo.