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Rapsodico e’ a Barcellona. Gli esami non finiscono mai, i soldi per l’educazione, si’

2 March 2012versione stampabile

Testo e foto
Angelo Miotto

Splende un sole caldo a Barcellona, frotte di turisti mangiano le pietre levigate della rambla, frotte di studenti se ne stanno ancora chiusi dentro l’universita’ piu’ centrale della citta’, dopo gli scontri succesivi alla grande manifestazione di mercoledi’, che ha visto tante citta’ spagnole colorate da striscioni e cartelli di studenti e professori per le strade. Tutti contro i tagli all’educazione, causale ufficiale scontata: si taglia per crisi.

Qui in Catalogna il dato e’ impressionante: il governo catalano ha approvato una nuova manovra sui conti del settore educativo che prevede il taglio di 4.595 milioni di euro, per un dipartimento gia’ duramente colpito solo un anno fa.

Non e’ solo un dato di periodo, protestano studenti e insegnanti, che vedono nella manovra continua del governo un’indicazione chiara, che porta verso una privatizzazione quasi automatica per un futuro non lontano, se le decisioni politiche continueranno nella scia della nuova moda europea dei conti in ordine. Dimenticando che sulla cutlutra e sull’istruzione forse sarebbe bene scommettere, anche a debito, perche’ sono due settori che rappresentano la chiave del futuro della cittadinanza, nazionale ed europea.

Universita’ autonoma, mezzora scarsa fuori dal centro, clima rilassato, cartelli qui e la’. Sono alla facolta’ di Sociologia dell’Autonoma di Barcellona. E mentre El Pais oggi titola in apertura che la destra del Partido popular accusa i socialisti di essere i mandanti delle proteste degli studenti “per incendiare le strade”, qui si beve un succo di anans con un croissant alla crema per un euro e venti, al sole in un magnifico campus.

E il mensile on line sta scritto sulla lavagna di una classe di giovani gentili, che si sono prestati a discutere di democrazia. Ma non sveliamo troppo, perche’ sara’ uno degli argomenti che leggerete qui sul sito e soprattutto sul mensile dei prossimi mesi.

Seduto a conversare con un bicchiere di tinto e uno di blanco, David, un esperto di movimenti sociali, di realta’ okupa e che ha visto da vicino tutto il movimento degli indignados, mi racconta di questa battaglia contro i tagli. Importante e dura. E di come il movimento che aveva occupato tante piazze di Spagna, prima di dilagare anche in altri Paesi, sia stato una buona risorsa per ravvivare un concetto base per chi vuole il famoso ‘mondo migliore’: senza lotta si subisce e basta. Rivendicare un diritto e’ cosa pericolosa, ultimamente, a varie latitudini. Ci si scontra con il problema universale della qualita’ della protesta. Ma il dibattito e’ ben avviato, gli indignati che molti credevano scomparsi stanno davvero lavorando nei barrios, i quartieri e a livello capillare e hanno portato nuova energia nei circuiti sociali, giovani al primo posto. Non e’ poco. Anche perche’ il dubbio e’ ormai insinuato nelle menti di molti, molti piu’ di prima: una vera democrazia e’ quella che obbedisce o quella che discute e che accetta anche di cambiare piani prestabiliti dall’alto?

Domanda interessante, viene da pensare mentre sbircio come vanno i No Tav in Italia. Poi torno a El Pais. Una pagina intera dove si racconta come gli studenti sono infiltrati da gruppetti di violenti. Ma il ritornello non mi appassiona. Meglio sentire la freschezza di chi alla parola democrazia davvero ci crede e crede ancora che le regole, tutte, siano da rispettare, da parte di tutti, in un gioco complesso.

Alla fine eilmensile.it rimane scritto sulla lavagna. Per pura casualita’ la parola che gli sta accanto, vergata dal professore pochi minuti prima, e’ independencia. Piu’ che un caso un’ irresistibile attrazione magnetica.