home » esteri » Russia, una nuova società civile

Russia, una nuova società civile

4 March 2012versione stampabile

Luca Galassi

Russia al voto. Il risultato è scontato, ma Andrei Mironov, noto attivista russo per i diritti umani ed ex prigioniero politico in epoca sovietica, vede in questa consultazione una transizione verso un’epoca più matura.

Mironov, qual’è stato il ruolo di Solidarnost in questi mesi di contestazioni, e quanto c’è di genuino nel ‘movimento’?

Solidarnost è un movimento di opposizione che coagula settori da sempre attivi nella vita politica e sociale russa. Ma l’attività popolare indipendente ha superato di gran lunga quella di Solidarnost. Il movimento non è legato a forze politiche, è un movimento civile e morale, per elezioni oneste e per l’uguaglianza di fronte alla legge. Non si pensa più a chi ci sarà come presidente, se sarà buono o cattivo, cosa farà. E’ il movimento a chiedersi: cosa facciamo, cosa faremo noi. C’è meno paternalismo, in sostanza.

Putin controlla ancora televisioni e media. Cosa c’è di diverso rispetto alle scorse presidenziali?

Dopo la guerra, in Italia finì l’epoca dei balconi, dove uno solo parlava e tutti guardavano e ascoltavano. Oggi, da noi, è finita l’epoca della tv, dove uno parla e tutti guardano e ascoltano. Putin non riuscirà a durare un mandato. Entrerà in crisi prima. Lo Stato sta spendendo più soldi di quelli che ha. Il tenore di vita si abbasserà. Gran parte della popolazione scenderà sotto la soglia di sopravvivenza. Ci sarà instabilità.

Putin è stato garanzia di stabilità, in modo autoritario. Se forze nuove andassero al potere, non c’è il rischio che il potere reagisca in modo violento?

Sicuramente. Purtroppo. L’ago della bilancia finora è stato il signor barile. Quando è arrivato al potere Putin, il 27 percento dei proventi dello Stato provenivano dal petrolio. Oggi questa quota è salita al 57 percento. Per otto anni è stato il petrolio a garantirci stabilità, non Putin. Il prezzo del petrolio è aumentato di otto volte, un fattore che non si ripeterà nei prossimi anni. Qualsiasi protesta è stata affogata in un mare di soldi, che sono quelli provenienti dal petrolio. Ma questa dipendenza, con la crisi mondiale, porterà il Paese al collasso. Mi aspetto, certamente, nuove ‘rivoluzioni’, più marginali, più moderate, più dilatate, ma sicuramente grandi cambiamenti.

E’ cambiato il rapporto tra potere politico e società civile rispetto alle scorse presidenziali?

L’attuale sistema politico non ha più corrispondenza con la società. Per questo le cose devono cambiare. Putin non può fermare la volontà del popolo. Altrimenti la sua fine sarà ancora più precipitosa.

Il rischio è che la sua sia una fine violenta.

Purtroppo sì. La gente non ne può più di elezioni false. La società civile è maturata, c’è un’altra generazione, che io chiamerei post-paternalistica. Una generazione indipendente, che chiede al potere di non intervenire nella sua volontà di agire. Già dagli incendi del 2010, si è visto che la popolazione russa aveva una gran capacità di auto-organizzarsi. In quell’occasione lo Stato ha fallito, incapace di controllare la situazione. Lì sono fioriti i gruppi di volontari che, con la propria macchina, con propri mezzi, con i propri soldi hanno saputo contrastare efficacemente l’inerzia statale. E il potere era spaventato. Questo oggi si verifica, nuovamente, in Russia. Se lo Stato fallisce, non interessa a nessuno. Anzi. Dieci anni fa la Russia era in coma politico. Oggi la mobilitazione arriva quasi a livelli di altri Paesi. Il mio Paese sta uscendo dal coma. La vita politica è tornata nelle piazze. Le proteste non sono sterili. Perché la società civile russa oggi ha un progetto. I russi non sono più dipendenti da un presidente-padre.