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Gli operai di Gramsci, i cittadini notav, il referendum

5 March 2012versione stampabile

Subito dopo la Grande Guerra, negli anni 19-21 del novecento, Torino fu teatro di una eccezionale lotta in particolare degli operai FIAT, il famoso sciopero delle lancette, sulla riduzione dell’orario di lavoro, e quindi l’occupazione degli stabilimenti.
Nacquero lì i consigli operai, composti da delegati  eletti  direttamente dagli operai reparto per reparto. C’erano obiettivi sindacali come l’aumento salariale, ma anche il controllo operaio sull’organizzazione del lavoro e i modi di produzione,  un potere operaio in nuce che si organizza con forme di democrazia diretta.
Gramsci intende la portata dello sciopero, fonda L’Ordine Nuovo prima settimanale poi quotidiano che vende migliaia e migliaia di copie, fino a 50000 (cinquantamila) nelle grandi occasioni. Si può dire che a Torino e provincia ogni famiglia operaia e proletaria lo legga. Ma Gramsci sa anche che, se la lotta rimarrà confinata alla sola Torino, perderà, quindi corre a Milano alla sede della FIOM, invocando lo sciopero generale. Alla FIOM però non ne vogliono sapere, il Comitato Centrale  dell’organizzazione lo lascia seduto in anticamera a lungo, poi lo ascolta e lo licenzia senza pronunciar parola.
La FIOM è un sindacato, di consigli operai, lotta delle lancette, controllo operaio e quant’altro non vuol sentir parlare, forse non può. I sindacati contrattano i livelli salariali e normativi della forza lavoro, mica la rivoluzione! Gramsci scriverà poi parole brucianti sui sindacati e sul sindacalismo in generale, ma non si può dar loro, alla FIOM in particolare, tutti i torti. Perché è evidente che non c’è granché da contrattare: da una parte c’è una ipotesi e una pratica di democrazia operaia in fabbrica, dall’altra il dominio del padrone e del profitto sull’intero ciclo produttivo e l’organizzazione del lavoro. Mediazione possibile a quel tempo non c’è o non si trova, e in un clima generale di rivolte e lotte, ma per così dire sparpagliate, i padroni inventano il fascismo, con quel che segue.
So che è schematico, ma grosso modo così andò: gli operai gramsciani erano irriducibili alla logica del capitale, del profitto, della borghesia. Gli operai gramsciani erano schierati per il valore d’uso della produzione, per l’utilità sociale del loro lavoro, i padroni, i capitalisti, i borghesi per il valore di scambio, per il plusvalore e il profitto.

Qualcosa del genere capita oggi tra il governo Monti sostenuto dall’establishment borghese politico economico, e i cittadini notav.  Nel discorso di Monti era chiaro: anche quando si discute di dati e numeri, non si stanno guardando gli stessi. Da una parte, i cittadini notav, si misura il valore d’uso dell’opera, riscontrando un dis/valore evidente: la tav in  Valsusa è non solo superflua dal punto di vista del trasporto di merci e persone, è fortemente dannosa per l’ambiente e la comunità locale, nonché assai dispendiosa in termini di denaro pubblico. E’ del tutto evidente e dimostrato ripetute volte da decine ormai di ricercatori, ingegneri e da chiunque s’intenda di mobilità e/o ecologia e/o economia dei trasporti (chissà come se la cava il ministro Profumo, già rettore del Politecnico di Torino coi suoi colleghi, molti, che sono al fianco dei notav fornendo cifre e analisi in questo senso a iosa). Dall’altra Monti che invece palesemente, quando dice che l’opera è necessaria e ineludibile, si riferisce al valore di scambio, cioè alle infrastrutture come volano per  una ripresa dell’accumulazione capitalistica e del profitto delle aziende private, che per di più spazzano tutto lo spettro politico, con in testa la CMC, la Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna,  contigua prima al PCI, oggi al PD (a Bologna è in progetto un’altra opera demenziale il cosidetto people mover, che obbedisce alla stessa logica del valore di scambio, senza alcun valore d’uso cioè totalmente inutile,  e guarda caso è in appalto al CCC – Consorzio Cooperative Costruttori).
E non interessa che i costi pubblici siano cospicui e in crescita, costi che vanno a aumentare il debito, perché viceversa si spera che i guadagni privati siano rilevanti. Per i costi sociali si cercherà di monetizzarli con le cosidette compensazioni, e per chi non ci sta arrivano le forze di polizia, il pugno di ferro come qualcuno compiaciuto scrive. Poi c’è la motivazione europea, non quella idiota che senza tav si è scollegati dall’Europa,  dalla Valsusa è facilissimo andare in Francia,  con strade autostrada e ferrovia e persino bei sentieri per chi ama le passeggiate in montagna, ma quella consistente che attiene la liason con l’oligarchia finanziario capitalista dominante anche nelle istituzioni europee.
Una liason, un intreccio politico economico e d’interessi più o meno confessabili che non può certo essere interrotto da un gruppo di ostinati valligiani, e altri disagiati sociali, con qualche professore ma poco importa, si potrebbe toglier loro la cattedra, non stanno forse pericolosamente scivolando sul piano inclinato dei cattivi maestri. A questo punto se su un versante della valle abita il valore d’uso, il valore del paesaggio, della comunità, della cooperazione,  di un consumo diverso e di un benessere altro, la salvaguardia del bene comune , mentre sull’altro si  vuole incentivare il valore di scambio, ovvero il plusvalore per l’accumulazione di capitale e profitti privati anche al prezzo della distruzione di territorio, paesaggio, socialità, comunità, sembra non esserci alcuna possibile mediazione, che è quel che dice Monti: si va avanti con la tav punto e basta, nel frattempo cercando di introdurre divisioni, paure, ricatti,  pressioni mediatiche (il TG3 di Bianca Berlinguer è in prima linea, invereconda ahimè), travisamenti e quant’altro nella speranza che la resistenza si attenui o si spappoli.

Vorrei qui introdurre le parole di Dossetti alla Costituente, recentemente rievocate da Sullo sul Manifesto, che proponeva un articolo così concepito: la resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino. Nella discussione si dichiarò a favore anche il giovane Aldo Moro, seppure poi l’articolo approvato nella sottocommissione con 10 (dieci) voti favorevoli, 2 (due) astenuti e 1 (uno) contrario  non riuscisse a entrare nella redazione finale della Carta. Perché impegnandosi nel pugno di ferro si sa dove si comincia ma non si sa dove si finisce. Si corre il rischio di lesioni gravi della convivenza civile, che è un bene comune di tutti i cittadini, tav e notav.
Allora come fare? Che fare? Intanto credo bisogni chiaramente mostrare al governo che i notav sono ovunque, che sono cittadini di ogni comune provincie e regione, e che ovunque il dilemma tav- notav viene discusso e agito, in modo non violento ma rigoroso. Quindi che il Movimento Operaio e la FIOM in specifico, assuma la filosofia notav come componente organica della sua attuale lotta per la democrazia in fabbrica e per i diritti sociali, assuma che il notav pensiero fa parte di una ideale piattaforma di democrazia sociale e di azione ecologica da portare in tutti i luoghi di lavoro e in tutto il sindacato. Sotto questo profilo l’ipotesi di sciopero generale in valle è assai incisiva. Infine penso che la proposta di referendum che ha cominciato a circolare, ripresa in particolare da Adriano Sofri, sia condivisibile, perché ancora una volta sta nella democrazia, un di più di democrazia e non una di meno,  la possibilità di affrontare anche le controversie più aspre e apparentemente irresolubili.
Su, Presidente Monti, si misuri con questa possibilità: invece di aumentare il numero delle forze di polizia, stampi le schede referendarie. Lì si parrà quel che valete. Quel che valiamo, nella convivenza civile, per quanto scoscesi e profondi siano bricchi e crepacci.