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Il conflitto sociale in Iran. Parla Asghar Farhadi (un regista da Oscar)

5 March 2012versione stampabile

 

Si potrebbe considerare come un gesto di solidarietà, oltre che di apprezzamento artistico, l’Oscar consegnato ad Asghar Farhadi per il suo film Una separazione.

Solidarietà ai registi iraniani, che devono lavorare clandestinamente, evitando di trattare temi scomodi per non finire in carcere, come è successo a Jafar Panahi (e a molti altri artisti accusati di opposizione al regime). Dopo il premio come miglior film in lingua straniera Una Separazione torna al cinema.

In questo film Farhadi affronta la quotidianità in modo quasi normale e documentaristico. E’ la storia di una coppia di borghesi illuminati in via di separazione. Simin, la moglie, chiede il divorzio per espatriare con la figlia, ma il giudice non gliela concede e lei se ne va di casa lasciando al marito Nader, la figlia e il suocero malato di alzheimer. Nader da solo non ce la può fare e trova in Razieh un aiuto per accudire il padre. La donna va lì ogni giorno in incognita dal marito, disoccupato e violento, portandosi dietro la figlia che evidentemente non frequenta la scuola. In seguito ad una trascuratezza Razieh viene mandata via e di lì a poco le due famiglie finiranno in tribunale, una contro l’altra.

Pur non essendo un film politico Una separazione lascia ampi spazi di riflessione sulle dinamiche sociali del popolo iraniano. Soprattutto nei confronti delle donne. Simin è colta ed emancipata e riesce a decidere per la sua vita. Razieh, invece, è totalmente succube al marito, tanto da lavorare di nascosto e rivolgersi a Dio nei momenti di paura  non trovando soluzioni in modo autonomo.

Ecco un esempio di quando il cinema può essere politico senza parlare di politica, raccontando una storia immersa nella quotidianità iraniana e che potrebbe accadere ovunque. Qual’era l’idea di partenza?

La mia intenzione non era quella di raccontare una storia universale, ma di rendere credibili i protagonisti e le vicende che avevo in mente. In questi personaggi ci sono una serie di problematiche umane comuni in tutto il mondo che hanno reso il mio film universale.

La differenza sociale si nota di più attraverso le donne. Le due protagoniste sono molto diverse, anche nel rapporto con gli uomini. Una è libera, l’altra vive nella paura del marito. E’ così?

La differenza è soprattutto culturale più che tra maschi e femmine. Volendo avrei  potuto invertire i ruoli, perchè mi interessavano di più le problematiche dei generi.

E a proposito delle problematiche, qual è stata l’ispirazione?

E’ un insieme di parti mie personali e di fatti che hanno vissuto persone a me vicine. Quando uno vive molto tempo in un contesto, le storie degli altri diventano storie proprie.

Ci sono anche differenze di linguaggio tra i suoi personaggi e questo li descrive in modo molto sottile e sofisticato. E’ stato un lavoro di scrittura?

Sì, ma quando scrivo cerco di non dare l’idea che siano scritti da me. E quando giro faccio in modo che le parole degli attori siano spontanee, improvvisate e non il frutto di uno studio a memoria. Così come cerco di non far trapelare una regia ingombrante.

I suoi film come vengono accolti in Iran?

Con il pubblico non ho problemi.

E con il governo?

Il sistema non è un corpo compatto, ci sono due anime all’interno. Una che apprezza l’arte, il cinema e che difende il mio film e un’altra più integralista, molto sospettosa nei miei confronti. Non è mai semplice prevedere le loro reazioni, ci sono spaccature anche all’interno.