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Il lavoro di Monti. Lo sciopero dei meccanici

7 March 2012versione stampabile

Dice Monti: rigore, equità, crescita. Risponde la FIOM nella convocazione dello sciopero generale dei meccanici: la democrazia al lavoro.
La missione affidata  dalla alta borghesia italica e europea al governo Monti che ne è l’espressione diretta (banchieri, professioni, alti commis di stato, tecnici di lusso, imprenditori,..) è chiarissima: rimettere in moto in processo di accumulazione capitalista e di produzione di plusvalore, ovvero aumentare i profitti.
Attraverso la ripresa del comando nella società e nei luoghi di lavoro, in funzione dell’intensificazione dello sfruttamento, che poi si traveste come flessibilità su orari, normative, salari, occupazione (libertà di licenziare), senza più contratti nazionali, e neppure contratti aziendali che non siano supini alla volontà del padrone.
In questa ispirazione generale il governo dà la mano a Marchionne, che vuole estirpare la libera rappresentanza sindacale, espellendo la Fiom dalle fabbriche Fiat, colpendo il diritto di sciopero, quello alla malattia, alle pause, alla contrattazione collettiva del cottimo, al voto in assemblea sul contratto capestro da lui imposto, violando apertamente il dettato dei giudici, mentre Monti si vanta di avere fatto una revisione delle pensioni da brivido, oltre le lacrime direttamente nella carne e sangue di milioni di pensionati e pensionandi, con alcune punte di volgarità maramaldesca come l’obbligo per le pensioni da mille euro in su del conto corrente bancario, senza colpo ferire “solo con tre ore di sciopero dei sindacati” disse tronfio alla Ue.
Ovviamente il nostro non si sogna di introdurre la patrimoniale, né tantomeno di mordere monopoli e/o oligopoli come quelli bancari o energetici, le nostre banche praticano le commissioni più alte d’Europa ma se a qualcuno viene l’idea di limitarle, ecco che i banchieri fanno la voce grossa e subito il governo si precipita a sanare l’audacia di qualche sconsiderato che propose la limitazione stessa, senza accorgersene ha detto il relatore e ha rincarato Bersani.
Qualche straccio di patto sociale sopportabile per i meno abbienti, dizione patetica, deve tentare di metterlo in piedi, ma si vedrà dopo avere riorganizzato il mercato del lavoro introducendo una ampia libertà di licenziare codificata per legge, ovviamente aggredendo in forma subdola o aperta l’articolo 18 dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Intanto i salari sono già i più bassi dì Europa, qua c’hanno pensato altri prima di Monti.  Ovvero siamo di fronte a un attacco ai diritti sociali ( scuola, sanità, pensioni) e dei lavoratori senza precedenti, forse negli anni ’50, quando mi raccontava mio padre che in fabbrica, all’Arrigoni di Cesena non potevi entrare con l’Unità in tasca, e loro, gli operai comunisti, la attaccavano clandestinamente nei cessi, ma anche andare a pisciare non era uno scherzo. Però fuori c’era il Pci che lottava con te, aggiungeva sempre il padre mio. E anche altre meno raccontabili cose di lotta nei reparti mi diceva strizzando l’occhio.

Alla Magneti Marelli di Bologna oggi non c’è più la bacheca con l’Unità, e neppure la sede della Fiom sfrattata da Marchionne, che si è trasferita fuori, in presidio permanente. Rendetevi conto: agli operai è stato tolto il diritto a eleggere i propri rappresentanti, con l’agibilità sindacale. Soltanto quelli omogenei al padrone possono agire sindacalmente in fabbrica. Questo diritto, assieme a altri, è stato brutalmente cancellato da un editto di tal Marchionne, cittadino italo canadese e amministratore delegato della Fiat, che pesa più della Costituzione fino a  abolirla nei suoi stabilimenti, dei giudici fino a ignorarne le ordinanze, e via calpestando esseri umani, diritti, libertà.
Nel silenzio quasi generale di tutte le forze politiche della Repubblica nata dalla Resistenza. In nome di una applicazione rigida, integrale, furiosa del primo imperativo capitalistico: essere/rendere gli operai pura e semplice forza lavoro per produrre plusvalore, e non esseri umani, soggetti, portatori di diritti sociali, civili, politici inalienabili. Ma, afferma Marchionne, questa disciplina brutale (è o non è una forma di violenza?) dello sfruttamento è necessaria per rilanciare la produttività e la produzione in un grande piano industriale per fare automobili a iosa. Una volta conobbi un uomo che decise di fare il venditore di cravatte, peccato quando ormai pochi indossavano cravatte, andava forte il 68, il maglione girocollo,  e altri capi, tutti meno la cravatta, ahimè. Marchionne mi ricorda quell’uomo e infatti di piano industriale non c’è traccia, anzi egli moltiplica gli avvertimenti: badate che chiudo perché le macchine fiat non me le compera nessuno, chissà cosa ne pensano Fim e Uilm che hanno firmato il lodo Marchionne senza batter ciglio. E sentite questa, assemblea alla Magneti Marelli di Bologna con il sindacalista firmatario del lodo che spiega, quindi alla fine un operaio chiede che si possa votare il contratto proposto, ah no, è già firmato, ma gli operai votano lo stesso, duecento mani si levano contro, tutti all’unanimità rifiutano. Allora il nostro allegrone di sindacalista sbraita che il voto non è valido, e se non ci fossero stati gli operai Fiom, avrebbe avuto qualche difficoltà a uscire indenne dalla fabbrica.

C’è una rabbia sorda che avanza, qualcuno delle anime belle del riformismo dovrebbe fare mente locale. E arriva lo sciopero, lavoro per la democrazia. Cioè uno sciopero generale che chiama tutti  i cittadini a mobilitarsi per questo bene comune che è la democrazia. Non so, io lo penso come uno sciopero di cittadinanza, dentro e fuori i luoghi di lavoro, perché una civitas la cui Costituzione viene violata nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro è pericolosamente monca, e la violenza contro la democrazia che scancella il diritto alla rappresentanza fa presto a  dilagare inquinando tutta la società, diventando limitazione delle libertà e oppressione per tutti, non solo chi subisce direttamente la prepotenza padronale. Altro che abolire l’articolo 18, perché invece non dire a alta voce: articolo 18 per tutti, precari in primo luogo. Lo sciopero generale dei meccanici quindi assume un rilievo del tutto particolare e significante l’inizio di un processo di unificazione democratica nel Paese di diversi soggetti e strati sociali. Convinti del nostro buon diritto, è proprio il caso di dirlo: se non ora quando.