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La lenta Cina e il mondo

8 March 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia

La scelta della Cina di rallentare la propria crescita fa parte di una più generale trasformazione della propria economia – basata sulle manifatture votate all’export e sugli investimenti diretti da parte dello Stato – in qualcosa di diverso: meno dipendenza dalle esportazioni, riforma del credito, salari più alti e aumento dei consumi interni.
In definitiva, la Cina compie un ulteriore passo nella modernità.

Quali conseguenze può avere questo cambiamento a livello internazionale?
Immediatamente dopo il discorso di Wen Jiabao all’Assemblea nazionale del popolo che annunciava l’obiettivo del 7,5 per cento per il 2012, i mercati hanno registrato un piccolo shock trascinato dal calo dei prezzi delle commodities.

Ed è proprio da qui che bisogna partire: le materie prime.
La Cina è stata per anni energivora in quanto “fabbrica del mondo”. Quasi ogni aspetto della sua espansione economica globale e dalla sua politica estera è stato marchiato da questo bisogno di “benzina” da pompare nel motore del proprio apparato industriale. Ora forse non glie ne servirà più così tanta.

Meno investimenti in infrastrutture e nei settori energetico e manifatturiero significano meno importazioni di petrolio, acciaio, cemento e altre materie prime. Un potenziale brutto colpo per Paesi come il Brasile, le petromonarchie del Golfo, l’Australia.
Ma, d’altra parte, la minore dipendenza dalle materie prime potrebbe determinare anche un cambiamento di politica estera. Nel modello win-win attualmente in auge, la Cina offre infrastrutture e investimenti in cambio di commodities. Valga per tutti l’esempio dell’Africa.
Ma proprio in Africa, le compagnie cinesi stanno gradualmente trasformandosi da “imprese politiche” – vincolate cioè dall’esigenza politica di portare a casa materie prime – a imprese commerciali a tutti gli effetti: player globali che competono e scelgono di investire (o disinvestire) guidati solo dalla ragione economica. Un segno del nuovo che avanza.

Una Cina che punta maggiormente sui consumi interni potrebbe inquinare di meno e produrre più occupazione ad alto valore aggiunto, sia in patria sia all’estero. Ne dovrebbe beneficiare chi guarda al Dragone come a un grande mercato per software e prodotti high-tech, industria del divertimento, turismo e tutto il terziario in genere.

Queste trasformazioni determineranno anche cambiamenti politici interni? Per alcuni sì, per altri non necessariamente. Di sicuro, coerentemente con la tendenza in atto, la Cina si sta ponendo il problema del welfare necessario a sostenere i consumi e a garantire l’armonia sociale in un Paese che invecchia demograficamente: sistema pensionistico e assistenza sanitaria universale.
Sul piano dei diritti, la necessità di garantire reddito ai cittadini-consumatori potrebbe dar luogo a nuovi episodi come quello di Wukan, dove la lotta dei contadini contro l’esproprio di terre da parte delle autorità locali si è conclusa con una sostanziale vittoria.
Nella Cina del futuro, il benessere individuale potrebbe avere più importanza delle grandi opere. Anche economicamente.