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Una condanna prima della sentenza

8 March 2012versione stampabile

Antonella De Vito

Ibadet Dibrani è una giovane donna rom molta coraggiosa. Un coraggio che in questo momento le nasce dalla disperazione, ma che le conferisce comunque la caratteristica di una donna forte e combattiva, non disponibile ad arrendersi alla logica e al potere di un’amministrazione comunale che da una parte dà e dall’altra toglie sulla base di logiche e principi che lasciano molti dubbi. Oggi Ibadet ha 34 anni e con i suoi 5 figli, la cui più piccola ha solo 9 mesi, è stata sfrattata dalla casa dove viveva da oltre un anno. Da una piccola e vecchia roulotte sistemata a pochi metri dall’abitazione, senza vestiti per potersi cambiare e con poche coperte per tutti i bambini, continua a chiedersi perché ce l’hanno proprio con lei. “È la prima volta che qualcuno della nostra etnia, arriva fino alla Corte d’Assise” spiega Ibadet. I suoi figli, tutti minorenni, sono Belen di 9 mesi, Corona di due anni e mezzo, Merema di 12 anni, Ekrem di 13 e Toni di 15. Tutta la famiglia raggiunge gli onori delle cronache nel 2010 quando ad appena due mesi dal matrimonio, la moglie di suo figlio Toni decide di rompere l’unione accusando il marito e tutta la sua famiglia, di averla rapita, violentata e trattata da schiava. I giornali locali si gettano sulla storia battezzando il caso come “la sposa bambina” dividendo subito i protagonisti della vicenda fra buoni e cattivi. Toni ha 15 anni e così sua moglie, anche se sugli organi d’informazione alla sposa, per essere ancora più bambina, attribuiscono 13 anni, e le fanno indossare le vesti della giovane eroina, che denunciando i suoi aguzzini infonde il coraggio per ribellarsi, ad altre coetanee nelle sue condizioni. Questa la storia letta sulla stampa.

Diversa è invece la vicenda raccontata dai protagonisti che incontriamo al campo di Coltano in provincia di Pisa dove la famiglia Dibrani vive. A parlare è Ibadet, che stanca di subire i pregiudizi, le sentenze e i provvedimenti amministrativi che l’hanno gettata fuori di casa con i suoi figli, decide di raccontare la sua storia a chi ha voglia di ascoltarla.

“Accetterò la decisione del magistrato –ci dice Ibadet- e se riterrà che la nostra famiglia è colpevole lascerò spontaneamente la casa che mi ha assegnato la Società della Salute di Pisa. Ma fino a quel momento ho dei diritti, e desidero difendere la mia famiglia dalle tante ingiuste bugie che sono state dette. La prima è quella di aver dato alla moglie di mio figlio 13 anni, quando in realtà ne hanno entrambi 15, fra loro vi sono solo due mesi di differenza. Per il nostro popolo sposarsi giovani è una tradizione. Dopo il matrimonio di mio figlio ci sono state tante altre unioni di questo tipo nel territorio pisano e italiano, ma nessuno se n’è interessato: perché allora ce l’hanno solo con noi? Perché il comune di Pisa ha dato ascolto, fin dall’inizio solo ad una versione dei fatti? Perché non aspetta che sia il Tribunale ad esprimersi? Perché non rispetta la Costituzione Italiana, dove si dice che la responsabilità penale è sempre individuale e che non può ricadere mai sui minori?”.

Il matrimonio di Toni è stato, secondo tradizione rom, accordato fra le due famiglie, dopo che i due giovani si erano conosciuti. Infatti i genitori si sono incontrati due volte in Kosovo, stabilendo la dote e festeggiando con una grande festa, prima con i genitori della sposa in Kosovo e poi a Coltano con gli altri parenti e amici del campo. Dopo la denuncia della ragazza sono stati arrestati Ibadet, suo marito Riza di 35 anni, il figlio Toni, i nonni, lo zio e la zia dello sposo. “Mio figlio –continua Ibadet- ha fatto sei mesi di carcere dove è stato anche picchiato dal suo compagno di cella. Io sono stata la prima ad uscire dopo 26 giorni perché ero incinta, poi mia suocera e successivamente mio suocero e gli zii di mio figlio”. In carcere a Prato resta il marito in attesa di giudizio, che dovrebbe arrivare dopo il processo iniziato in questi giorni e che non è prevedibile sapere quanto durerà.

In questo periodo sembrano essere emerse varie contraddizioni nell’accusa e nel racconto della ‘sposa bambina’, mentre sono state raccolte prove a favore della famiglia di Ibadet: nel frattempo la Società della Salute dell’area pisana ha revocato la concessione amministrativa con la quale aveva assegnato la casa ai Dibrani e ad altre 13 famiglie Rom, all’interno del progetto chiamato “Città sottili”. Secondo la Società della Salute, la famiglia di Ibadet non ha rispettato i patti, infrangendo le leggi. “Non abbiamo commesso nessun reato. Dopo il matrimonio in Kosovo, siamo tornati in Italia e l’abbiamo trattata come una regina, non le abbiamo mai fatto del male. Non capisco perché non posso entrare nella mia casa –continua-. Io al momento sono solo un’imputata ed ho diritto a tre gradi di giudizio. Il Comune ci ha condannati prima del giudice e ci ha buttato fuori di casa, senza darmi il tempo di prendere le mie cose. Adesso tramite l’avvocato dovrò fare la richiesta per poter riavere almeno i vestiti per me e i miei figli”.

Ma come si può togliere la casa a dei bambini, nel periodo più freddo dell’anno? Che colpe hanno loro in tutta questa storia? Il Comune di Pisa ha la risposta pronta, ed ha invitato Ibadet ad andare a Pontedera dai suoi suoceri, affermando che hanno una grande casa, ma non dicendo che vi abitano già molte persone, e non c’è certo lo spazio sufficiente per la famiglia Dibrani. Ma il Comune è anche disposto a prendersi cura dei bambini di Ibadet, togliendoli alle cure e all’affetto della madre, usando un metodo molto discutibile e criticato anche da diversi assistenti sociali e pedagogisti, che non credono assolutamente che disgregare una famiglia, allontanando i figli dall’affetto dei genitori, sia una procedura positiva e corretta. Il legame affettivo fra questi bambini e Ibadet è molto forte, proprio come quello delle madri italiane con i loro figli, l’essere rom non vuol dire trascurare i bambini, tutt’altro. Basterebbe entrare in un campo per rendersene conto. Ed i bambini Rom reagiscono come tutti i bambini italiani, perché non sono diversi da loro: “La scorsa notte –ci spiega Ibadet- Corona che ha due anni e mezzo ha pianto fino alle due di notte perché voleva il suo cuscino rimasto dentro casa, voleva andare nel suo letto, abbiamo pianto insieme perché non sapevo cosa dirgli”. Possiamo immaginare quale trauma sarebbe per lui essere separato anche dalla madre.

Dopo che Ibadet ha rifiutato di andare a Pontedera e di lasciare il figli alle cure del Comune, pare che neanche  la piccola e vecchia roulotte sistemata nel campo possa rispettare le regole. Idadet non può continuare a stare sul territorio del Comune di Pisa, perché le sue condizioni sono definite “precarie” e quindi deve andarsene. Secondo l’amministrazione, Ibadet adesso può raggiungere i suoceri a Pontedera o i genitori in Belgio, ed il Comune è anche disposto a pagare il viaggio, naturalmente di sola andata, a lei e alla famiglia poiché – questo è stato messo in chiaro – anche se Ibadet e la sua famiglia saranno assolti, non riavranno la casa. Non importa se non potrà essere presente al processo, non importa se i figli che hanno iniziato un percorso scolastico dovranno cambiare compagni, non importa se i più piccoli, che hanno già vissuto lo sfratto dalla casa come un episodio traumatico, dovranno subire anche l’allontanamento dal campo dove sono nati e la separazione dalle persone che hanno conosciuto fin dalla nascita. L’unica cosa che conta per l’amministrazione è che Ibadet vada fuori dal territorio del comune.

Quello dei Rom è uno dei popoli più discriminati della storia dell’umanità, il loro avere solo una tradizione orale li mette ai margini della società, di loro nessuno ricorda o forse neanche conosce, le numerose persecuzioni che possiamo far risalire a molti secoli fa, passando dai lager nazisti, fino alle più recenti guerre balcaniche. Anche Ibaded è scappata allo scoppio del conflitto in Kosovo risparmiandosi le violenze che questa etnia ha dovuto subire fino al culmine delle atrocità compiute nel ’99 da Milosevic con le sue operazioni di pulizia etnica.

Alla discriminazione si aggiunge discriminazione. E’ Ibadet stessa che racconta: “Dopo le notizie pubblicate dai giornali locali non potevamo più salire sull’autobus che la gente ci sputava; una donna rom del campo è stata aggredita verbalmente; un medico si è rifiutato di visitarmi quando ero incinta. Perché mi hanno condannato prima del giudice senza ascoltare quello che avevo da dire? Perché gli operatori del comune che ci frequentavano, se ne stanno zitti?”.