home » blog » A simple life

A simple life

9 March 2012versione stampabile

Semplice e umano. Non a caso Una vita semplice è firmato dalla regista Ann Hui, nata nel1947 in Cina, poi trasferitasi a Honk Kong, con studi cinematografici in Inghilterra. Una lunga carriera documentaristica, televisiva e di cinema, costellata da premi e successi internazionali.

Il suo film è semplice anche nei mezzi, nelle inquadrature, nei movimenti di macchina. E soprattutto è semplice nel raccontare il rapporto di affetto e gratitudine da parte di un ragazzo per la sua tata, che in seguito ad un infarto decide di andare a vivere in un ospizio per togliere il disturbo. Tao è un’ amah, una di quelle tipiche collaboratrici domestiche cinesi: camice bianco, pantaloni neri e trecce alla francese, che venivano prese in casa da ragazzine e dove sarebbero rimaste fino alla morte come baby-sitter, governanti e cuoche. Quella di A simple life è la storia vera del produttore cinese Roger Lee e della su amah Chung Chung Tao, arrivata in casa a tredici anni dopo la morte del padre durante l’occupazione Giapponese. In quella famiglia restò sessant’anni vedendo crescere quattro generazioni. “Raramente i film honkonghesi parlano delle persone anziane -spiega Ann Hui. Invecchiare è un tema universale e mi piaceva far vedere come i cinesi trattano i loro anziani, in modo diverso rispetto agli occidentali”. Il film è scandito dalla quotidianità di Ka-On (Andy Lau) fatta di riunioni per la produzione di un film, incontri con gli amici e costanti visite all’anziana Tao (Deanie Ip) che lo ha cresciuto per molti anni, anche in assenza della madre. La relazione tra i due è costruita intorno ai ricordi e alla praticità della nuova vita della ex governante del ragazzo. Visivamente è efficace il contrasto tra i luoghi: da una parte la residenza della famiglia del produttore, il Mei Foo Sun Chuen ossia la Nuova Tenuta della Mobil, costruito su un’area bonificata dove una volta c’era il deposito del petrolio e considerato un simbolo della borghesia di Hong Kong negli anni ’70; dall’altra il distretto Sham Shui Po o Molo delle acque profonde, in cui sono state girate le scene nella casa di cura e che rappresenta uno dei quartieri più antichi della città. “Questa è l’altra faccia di Hong Kong -dice la regista- quella che la gente raramente nota. C’è il calore che arriva dall’interazione tra i residenti e i negozi locali”.

L’esplorazione del luogo di questo ospizio scialbo e fatiscente, accompagna lo spettatore tra palazzoni vicini e pieni di panni stesi per poi entrare in una sorta di consultorio, che ricorda lo scantinato di un vecchio ospedale. La regista si sofferma sui volti depressi, sui corpi deformati, sugli sguardi persi nel vuoto di chi vive là dentro, in parallelo all’energia di quei pochi in salute, ma senza alternative. Tao è tra questi, un po’ zoppicante dopo un infarto, ma con la lucidità per capire che l’abbandono e la solitudine farebbero ammalare chiunque.