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Il gigantesco business dei master all’estero

9 March 2012versione stampabile


Era maggio 2010 quando ricevetti la notizia da Londra. Ben confezionata su carta bianchissima e dal leggero spessore, piegata a metà dentro una busta elegante. Una cosa seria insomma. ‘Cara Carlotta, è con grande piacere che ti informiamo di essere stata presa al master…’, eccetera eccetera.

Ricordo di aver provato una sensazione come potrebbe essere quella di una vincita inaspettata, un bottino ricchissimo. Un enorme privilegio. Anzi di più. Era il primo passo verso una carriera certa. Si proprio così. Le statistiche parlano chiaro, chiarissimo. Dopo il master trovi lavoro. Anzi di più. È il lavoro che trova te.

Passano cinque mesi e intanto “il bottino” lo anticipo io, come da programma. Qualche goccia di sudore e una sostanziosa manciata di migliaia di euro è il prezzo per una formazione iperqualificante. Anzi di più. La chiave per il successo. E quando finalmente arriva settembre, la trepidante attesa è finita. Un gadget ben-augurante con lo stemma dell’università ci da il benvenuto: una USB e un’agendina. Questa, naturalmente, la riempirò tutta di nomi importanti. Welcome on board!

«Ma proprio non ci riusciamo a cambiare discorso stasera?» E’ passato un anno dall’ultima volta che ci siamo visti, io e il mio compagno di isole. Conosciuto tra i banchi dell’università in Sardegna e ritrovato in Inghilterra, all’esordio dei nostri promettenti master superquotati in stelle, blasoni e gamberi rossi. Eppure stasera proprio non riusciamo a cambiare discorso, risucchiati a intervalli regolari in dissertazioni ciniche o forse solo realistiche sulla scelta condivisa di partire, attratti dall’illusione salata di poter presto monetizzare le nostre ambizioni.

È passato un anno dall’ultima volta che ci siamo visti, anche se sembra ieri. Sarà che nelle nostre vite post-master è ancora quasi tutto come ce l’eravamo raccontato allora. A parte i suoi capelli più corti e un po’ meno spensieratezza. Il sapore amaro delle aspettative ancora inappagate. Eppure le statistiche parlavano chiaro, chiarissimo. Un piccolo investimento iniziale per “imparare un mestiere” e poi, da lì, tutto in discesa.
Nel mio caso, collocabile in una fascia d’investimento, diciamo, media, un giro di soldi che ha portato alle casse del relativo dipartimento un una cifra non inferiore al milione di euro. Ma i master offerti dai dipartimenti di ogni università, naturalmente, sono decine e il saldo finale per ciascun istituto raggiunge cifre esorbitanti.

Un eccezionale giro d’affari che, non è un caso, ha attecchito proprio in un momento storico di crisi occupazionale, e che si alimenta dell’incertezza dilagante e del blocco della mobilità sociale. Oltre che un escamotage costoso ma geniale per prendere tempo in un tempo in cui la laurea, “robetta inflazionata ormai”, non basta più. Ma noi ci crediamo. Ci investiamo. Ci proviamo. In fondo, magari è solo una questione di tempo. Ma si, di sicuro è così. E il dopo chi lo sa.
«Intanto, però, cambiamo discorso».

2 Responses to Il gigantesco business dei master all’estero

  1. francesca

    9 March 2012 at 17:34

    Non posso che condividere….io un master “internazionale” l’ho frequentato nel 2003, parto lasciando un lavoro retribuito benissimo (contratto del credito) e al ritorno mi ritrovo lavori precari in call center…no comment… Sono passati un sacco di anni, chiaro che non ci penso più, ma quanta rabbia mi provoca assistere a uno spettacolo indegno in cui le istituzioni (università pubbliche) e le scuole private giocano con le aspettative dei ragazzi… Grazie per questo articolo, dovrebbero pubblicarlo sulle prime pagine dei giornali più diffusi!!!

  2. ninni

    12 March 2012 at 02:33

    Anche io ti ringrazio per questo articolo, cara Carlotta!
    Dovrebbero leggerlo davvero tutti!