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Il pasticcio della Tav brasiliana

12 March 2012versione stampabile

Mario Di Vito

Cos’hanno in comune la Val di Susa e il Brasile? No, non il fascino delle montagne o delle spiagge, né la cordialità delle proprie genti, e nemmeno una comune passione per il gioco del calcio. Il territorio a ridosso delle Alpi e il grande stato sudamericano, in questi giorni, si ritrovano insolitamente uniti dalla Tav e dai relativi problemi per la sua realizzazione. Già, la spinosa questione dell’Alta Velocità non sta funestando soltanto la popolazione piemontese, ma sta anche segnando una crisi diplomatica tra l’Italia e il Brasile, a pochi mesi dalle tensioni scaturite dal caso di Cesare Battisti.

La notizia ha fatto il giro del mondo in pochissimo tempo: funzionari, impiegati, dirigenti di ambasciata e consolati del Brasile in Italia non possono ricevere il loro stipendio perché tutti i fondi sono stati bloccati da un provvedimento emesso dal tribunale di Arezzo. Tutto questo a causa del mancato pagamento di un’azienda toscana, la Italplan di Terranuova Bracciolini. Il caso è partito quando l’azienda toscana ha denunciato l’ente ferroviario brasiliano, che non avrebbe mai versato i fondi per un progetto di ferrovia ad alta velocità tra Rio de Janeiro e San Paolo. Così, il tribunale di Arezzo ha bloccato un milione di euro depositati dal Brasile nella filiale milanese del Banco do Brasil, bloccando, di fatto, le attività diplomatiche e gli onorari dei dipendenti brasiliani in Italia.

La storia comincia nel 2005, quando la Italplan venne scelta dall’ente ferroviario brasiliano per costruire una linea lunga 405 chilometri (tra Rio de Janeiro e San Paolo) e percorribile da un treno in un paio d’ore, per un costo complessivo che si doveva aggirare intorno ai 261 milioni di euro. Passa qualche anno e il Brasile decide di rinunciare all’Alta Velocità, senza però pagare all’azienda le spese sostenute negli ultimi due anni di lavori in Sud America. E’ così che Italplan ha chiesto un risarcimento da 16 milioni di euro, con il tribunale di Arezzo che ha condannato l’ente ferroviario del paese sudamericano a versare 15.7 milioni per le spese inziali.

Dal Brasile, la risposta è stata molto silenziosa, nessun ricorso in appello e nessun pugno sul tavolo della diplomazia. Ad ogni buon conto, però, il sottosegretario agli Esteri brasiliano, Ruy Nogueira, è arrivato oggi a Roma per incontrare le autorità italiane e cercare di risolvere la questione. Il funzionario  sudamericano, infatti, è venuto a sostenere che il suo paese non era stato informato nei tempi e nei modi giusti da Italplan e che, in ogni caso, la sentenza emessa dal tribunale di Arezzo viola gli accordi di Vienna che tutela con l’immunità diplomatica il funzionamento dei servizi di ambasciate e consolati dalle sentenze dei tribunali stranieri.