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I cento giorni

16 March 2012versione stampabile

Antonio Marafioti

foto Kikapress

Cento giorni. È il tempo in cui, di solito, si misura il primo operato di un governo. Oggi quel numero ha un sapore diverso. Oggi cento è il numero della resistenza. Di una lotta come non si vedeva da decenni in questo Paese. Da cento giorni ottocento lavoratori dei treni notturni protestano contro i licenziamenti che la loro azienda, Servirail, ex Wagon Lits, ha operato dopo la riduzione delle corse imposta da Trenitalia. Lo strascico più importante di una vertenza, che è a tutti gli effetti nazionale, è quella di Milano, dove dallo scorso 8 dicembre, è attivo un presidio permanente di una parte dei 152 lavoratori licenziati in Lombardia. Sulla torre faro del binario 21 della Stazione Centrale, quel giorno erano saliti Giuseppe Gison, Carmine Rotatore e Oliviero Cassini. Tre uomini che hanno deciso di fare a braccio di ferro contro logiche aziendali che, dal loro punto di vista, privilegiano l’alta velocità – e la corsa commerciale con Ntv di Della Valle e Montezemolo – al servizio che per anni ha unito il Sud e il Nord dello Stivale. Sotto di loro altri compagni di lotta, altre storie e altre famiglie da mantenere. Si sono organizzati da subito con tende, una cucina rudimentale e striscioni che parlassero per loro quando la voce viene meno. Protestare contro un colosso economico è come un salto nel buio, ma la tempra di un ferroviere – loro non dimenticano mai di ribadire che sono ferrovieri a tutti gli effetti – è molto più forte delle chiacchiere.

Il primo mese sul binario 21 si sono accese mille telecamere e si sono fatti tanti commenti. È stata la notiziabilità di una vicenda in cui tre uomini se ne vanno in esilio volontario a tre metri d’altezza. Poi la solidarietà è diventata più intima. Chi ha raggiunto il binario insieme ai propri figli per portare un sorriso. Chi, proprio fra i più piccoli, ha dimostrato una generosità antica: più di un bambino ha regalato il proprio salvadanaio alla causa. Chi, infine, è arrivato con una chitarra per intonare musiche o un libro di poesie per alleviare le fredde serate d’inverno. Oliviero è stato l’ultimo del trio iniziale a scendere. Ha resistito 79 giorni. Oggi sul traliccio ci sono Stanislao Focarelli, su da 43 giorni, e Rocco Minutolo, da venti. Sono reduci, insieme al gruppone che li segue dal basso, da cento giorni di ingiustizie. Una partita politica, ed economica, giocata sulle loro teste. Ha iniziato la Regione Lombardia proponendo un accordo parziale per l’incorporazione dei “licenziati lombardi”, a tempo determinato e con mansioni totalmente differenti da quelle di sempre, in piccole aziende. Un accordo firmato al tempo da Cisl, Uil e Ugl, ma rispedito al mittente da Cgil e Fast ferrovie. Poi il silenzio e i timidi ma insistenti consigli a scendere dal traliccio. Poche ore fa, dice Giuseppe Gison, «c’è stato un ultimo arrembaggio. Alcuni licenziati hanno fatto visite mediche per entrare in Trenord che gli ha proposto, in cambio di un contratto di lavoro di un anno, di firmare un foglio con alcune clausole dove il lavoratore in questione, che aveva denunciato Trenitalia per interposizione di manodopera, s’impegna a rinunciare a ogni azione legale contro l’azienda. Questa è una proposta mafiosa fatta da Trenord. Offrono un lavoro, a tempo determinato, in cambio della rinuncia a un diritto. Adesso vorremmo sapere cosa ne pensano i sindacati». L’idea che da dicembre scorso non ha mai abbandonato il presidio, è quella di non accontentarsi delle briciole, ma di rimanere solidali. Rimanere uniti. Un concetto che nell’Italia di oggi è piuttosto difficile da ricordare.

I lavoratori di Servirail in Lombardia hanno capito, e per questo resistono, che se una decisione viene presa contro 800 persone, non ci si può difendere in 150. Con questo spirito vanno avanti. Con questa consapevolezza si sono guadagnati le simpatie e la solidarietà di tanta gente, dall’uomo della strada fino a celebrati cantautori. Quella del binario21 è una famiglia. Una famiglia che molti tentano di ignorare. Le consegne per chi conduce i treni sono quelle di non fischiare al passaggio sotto la torre, pena ammonimento ufficiale. «Quello è un brutto biglietto da visita per chi entra a Milano. Vediamo di farli scendere da lassù», si sussurra dalle sale dirigenziali. Ma loro stanno sempre lì per difendere non un capriccio, ma il loro sacrosanto diritto al lavoro. Lo difendono così, pacificamente e civilmente, perché chi è pagato per farlo, accusano, se ne resta con le braccia incrociate e attende una resa per svilimento. Qualche giorno fa Gigi Petteni, segretario generale di Cisl Lombardia, ha dettato al taccuino del cronista di Repubblica: «Tutti sono andati sotto la torre alla ricerca di successo mediatico ma il primo che è sceso dalla torre è andato poi a lavorare con l’accordo fatto da noi. Nessuno di quelli che hanno fatto passerelle, invece, ha poi dato un posto di lavoro». Giuseppe Gison è stato il primo a scendere dalla torre. Ha una moglie e due figli. Oggi, al telefono, ha parlato chiaro: «Non sto lavorando assolutamente. Petteni dovrebbe dire per quale azienda lavoro. La sua affermazione sulle passerelle è squallida. Le prime assunzioni, secondo l’accordo firmato, sarebbero dovute scattare dal primo gennaio. Non c’è traccia di uno straccio di lavoro. Un sindacalista che fa le dichiarazioni che ha fatto lui è solo un fallito. Uno nella sua posizione dovrebbe chiedersi non se lavora chi è sceso per primo dalla torre, ma se l’ultimo degli ottocento licenziati ha riacquistato il proprio diritto».

 

 

 

One Response to I cento giorni

  1. Angelo Mazzeo

    16 March 2012 at 18:26

    Semplicemente grazie da parte dei nostri bambini. La nostra Lotta è dedicata al futuro dell’Italia.