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“Cesare deve morire”: intervista a Paolo Taviani

20 March 2012versione stampabile

Barbara Sorrentini

Il cinema italiano che vince premi all’estero è quello che non si vergogna e non si autocensura. Non è un caso che le palme, gli orsi dorati, argentati o metallizzati li abbiano ricevuti film come Il Divo, Gomorra, La nostra vita, Nanni Moretti e più si va indietro negli anni si incontrano registi come Fellini, Antonioni, Rosi, Olmi. L’Orso d’Oro a Cesare deve morire di Paolo e Vittorio Taviani è un’ulteriore conferma di come il cinema italiano possa rinnovarsi guardandosi intorno e andando ad esplorare quello che già esiste e che aspetta solo di essere raccontato in una forma originale. L’Orso d’Oro ricevuto a Berlino e il successo che il film sta riscuotendo nelle sale dovrebbe servire come esempio a chi produce cinema in Italia.

E’ una strana e bella reazione quella che c’è stata a Berlino, racconta Paolo Taviani. Ma anche in Italia siamo stati accolti benissimo e in modo curioso: abbiamo ricevuto parecchi messaggi e centinaia di telefonate in cui tutti ci dicevano “grazie per l’Italia”. Qualcuno mi ha persino riferito di avere messo la bandiera italiana al balcone, dopo aver saputo del premio al nostro film”.

Come per la vittoria ai mondiali di calcio.

Ecco sì, infatti. Evidentemente la vittoria di un film italiano a Berlino, in Germania, in un momento in cui l’Italia ha un’immagine un po’ sbiadita in tutto il mondo e viene sottolineato in Europa, ricevendo improvvisamente questo riconoscimento a livello internazionale ha rallegrato molti italiani, come per una partita vinta a livello mondiale.

Una della chiavi della riuscita del vostro film è la rappresentazione della vita e delle emozioni in carcere, un aspetto che pochi conoscono anche se tutti credono di sapere cosa succeda là dentro. Per voi com’è stato entrare a filmare a Rebibbia?

La prima volta siamo stati invitati a vedere uno spettacolo in cui i detenuti recitavano testi da Shakespeare e Dante. E ci aveva colpito un detenuto di quarant’anni che prima di leggere il canto di Paolo e Francesca ci spiegò che noi non potevamo avere capito questo canto, quanto loro detenuti. Ci disse che si trattava di un amore perseguitato e impossibile, con i due personaggi che piangono all’inferno. Così come per loro, che dall’inferno piangono le donne che amano e che per loro è proibito vedere, se non attraverso un vetro. Alcune donne li aspettano, altre si rifanno una vita ed entrambe le condizioni sono terribili da tollerare. E poi ci disse che avrebbe letto Paolo e Francesca nella sua lingua, in napoletano. Ecco, questo Dante letto così aveva una luce nuova e questa stessa emozione l’abbiamo provata di fronte alla regia di Fabio Cavalli di Amleto, in cui si assisteva ad una recitazione di Shakespeare rinnovata dai dialetti del sud.

C’è molta attualità nella loro recitazione, sottolineata dalla battuta di uno di loro quando dice “questo Shakespeare sembrava camminare per le mie strade”. In Cesare deve morire passa una storia di potere, di politica, di corruzione e di mafia.

Quando abbiamo diretto la scena in cui Bruto e Antonio fanno la loro famosa orazione sul corpo di Cesare e il detenuto nei panni di Antonio recita la battuta del Giulio Cesare in cui si dice che “Bruto è un uomo d’onore”, la frase gli viene fuori con un’estrema naturalezza, era un linguaggio che gli apparteneva. Gli uomini d’onore, di mafia e di camorra, sono quelli da cui lui proveniva e la frase acquistava un’autenticità mai sentita in teatro. Così, come quando Bruto recita la sua orazione spiegando che ha dovuto uccidere Cesare anche se lo amava, il dolore con cui si esprime e lo sguardo che aveva negli occhi, proviene dalla sua vera esperienza di vita.

Una sorta di catarsi, che fa pensare a come l’arte possa davvero entrare nei programmi di rieducazione. E questo effetto di cambiamento sulla persona lo dichiara un detenuto con le sue parole. E’ un’utopia pensare, in alcuni casi, di alleggerire la pena attraverso la disciplina artistica?

Parte di questo lavoro sull’arte viene fatto a Rebibbia, un carcere un po’ particolare, con un direttore che organizza molte cose alternative. Ma quella battuta in cui il detenuto che fa Cassio dice “da quando ho conosciuto l’arte questa cella è diventata una prigione” non l’abbiamo scritta noi, ce la disse lui. E fu una delle ragioni per cui abbiamo deciso di fare questo film. In questa loro scoperta dell’arte c’è molto dolore; attraverso la conoscenza della bellezza e della potenza artistica i detenuti trovano un po’ di consapevolezza e desiderio di cambiare.