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Rete libera, ma libera veramente

20 March 2012versione stampabile

il blog di maso notarianni

I dati pubblicati in questi giorni ci raccontano di un mondo che cambia. Sempre meno business per l’informazione e i contenuti culturali in genere sui supporto tradizionali (giornali, libri e musica, ma anche tv) e sempre più soldi nell’online, sia dal punto di vista degli investimenti degli editori e dei fornitori di contenuti sia per quel che riguarda gli investimenti pubblicitari, sia per quanti ne mettono gli utenti. E così scopriamo che gli italiani (popolo di santi e navigatori, ma anche di evasori e di furbetti) che utilizzano le nuove tecnologie sono bravi e buoni. Dopo gli statunitensi, sono quelli  che più sono disposti a pagare per i contenuti disponibili online.
Il tema più importante è certamente quello della libertà della rete: Sopa e Pipa, Acta e Fava, acronimi un po’ buffi che nascondono tentativi di ingabbiare il diritto di espressione, di conoscenza ma anche di giudizio e di riproduzione del sapere.
Tutti prendono posizione, chi a favore di regole ferree che permettano, dietro all’apparente lotta alla pirateria, il controllo di un mondo che ad oggi è incontrollabile come l’Internet e chi altrettanto radicalmente teorizza la libertà totale, anche quella di riproduzione di opere altrui.

Pochi parlano però del fatto che tra un mese circa si dovrà rinnovare l’Agcom, ovvero l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, cioè chi decide cosa si fa e cosa non si fa in rete.
Oggi, come ogni altro organismo governativo, l’Agcom è solo uno dei tanti enti nei quali i partiti mettono i loro raccomandati, i loro amici, i loro trombati.
Il rinnovo dei vertici dell’Agcom potrebbe essere la cartina di Tornasole del governo Monti, e della sua indipendenza dalla corruzione del sistema dei partiti. Paradossalmente, una autorità tecnica, composta da gente competente, rappresentante della società civile, che conosce la rete e i possibili sviluppi di un settore che è strategico per l’economia ma anche per la democrazia, sarebbe molto più politica di una commissione composta da amici degli amici.
La rete ha più bisogno di interventi strategici che non di regole di censura. Ha bisogno di crescere, di colmare il gap che vede l’Italia fanalino di coda nella diffusione della banda e anche degli strumenti di comunicazione online.
Ma forse, pensando ad un governo in grado di fare dell’Agcom una cosa seria,  siamo troppo ottimisti. Perché la rete potrebbe essere uno straordinario strumento di diffusione di cultura e conoscenza (così come è stata la televisione nel dopoguerra, nel nostro Paese) e la cultura e la conoscenza sono le solide basi della democrazia. Ma la democrazia vera, e questo è il paradosso del mondo contemporaneo che pur democratico si dice, fa paura al potere e ai partiti. Oggi come prima della rivoluzione francese.