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Cina, colpo di Stato apparente

22 March 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia

Da giorni circola a Pechino notizia di un colpo di Stato o, quanto meno, di una purga così imponente da richiamare alla memoria eventi dimenticati da decenni. La non trasparenza del sistema politico e il silenzio dei media ufficiali non fanno che aumentare le speculazioni.
Lo sfondo è la successione alla leadership di Hu Jintao e Wen Jiabao, prevista per il prossimo autunno, e il conflitto sommerso ma acuto tra riformisti e conservatori.

Da quando giovedì scorso è stato rimosso da ogni carica, l’ex leader del Partito di Chongqing, Bo Xilai, il “piccolo Mao”, è letteralmente scomparso dagli organi d’informazione. Ma i netizen, in particolare i frequentatori di social network, hanno riempito la Rete di rumors, tra i quali non si riesce troppo a distinguere l’assurdo dal plausibile.

Una di queste voci riferisce di un tentato golpe ad opera di Zhou Yongkang, alleato di Bo e vero “duro” del potere cinese, l’uomo che controlla gli apparati di sicurezza. Parla di una vera e propria battaglia a colpi di armi da fuoco a Zhongnanhai, l’area off-limit di Pechino dove risiedono tutti i leader. Ma l’inviato del Financial Times, accorso in loco, sostiene di non aver registrato nulla di strano.
Tuttavia, “una persona con stretti legami con gli apparati di sicurezza” ha riferito, sempre al Financial Times, che a Zhou Yongkang sarebbe stata interdetta qualsiasi apparizione pubblica e che si troverebbe “già sotto qualche forma di controllo”.
La stessa persona avrebbe rivelato che Bo Xilai sarebbe agli arresti disciplinari e sua moglie sotto inchiesta per corruzione, tipica imputazione che accompagna la caduta in disgrazia dei potenti cinesi.

Le informazioni non sono verificabili, ma circolano in Internet – fatto del tutto inedito – dei veri e propri “leaks” audio che darebbero corpo all’ipotesi che Bo sarebbe indagato per corruzione da tempo, da prima cioè che il suo ex braccio destro Wang Lijun cercasse protezione nel consolato statunitense di Chengdu. I documenti sarebbero stati diffusi intenzionalmente per spiegare la fuga di Wang con il tentativo di sottrarsi alla ritorsione di Bo, che voleva così bloccare le indagini sul proprio conto.

Jon Huntsman, ex ambasciatore Usa in Cina, afferma che la fine di Bo rivela un conflitto senza precedenti ai vertici del potere cinese: “Le divisioni nel comitato permanente [del Politburo] sono pronunciate come durante il periodo [della crisi del 1989] di Tiananmen”. Ma Huntsman è un politico repubblicano che un tempo strizzava addirittura l’occhio a una candidatura presidenziale. Come fonte, è quanto meno interessato a sottolineare conflitti interni al potere cinese.

Ad aggiungere benzina sul fuoco (quasi in senso letterale), l’incidente mortale di cui è rimasto vittima un “principino” (figlio di qualche pezzo grosso) che si è schiantato a Pechino con la sua Ferrari domenica scorsa, con tanto di modelle a bordo. Si dice fosse il figlio illegittimo di Jia Qinglin, numero 4 del potere cinese, già al centro di uno scandalo messo frettolosamente a tacere negli anni Novanta.

Intrighi, voci di golpe, teste che rotolano, donne e motori, l’ombra della censura. Ci sono tutti gli ingredienti per un noir cinese a sfondo politico decisamente al passo dei tempi.