home » blog » Esperanto jazz & blues

Esperanto jazz & blues

22 March 2012versione stampabile

Dove si suonano jazz e blues? La risposta è semplicissima: ovunque. Note, ritmi, assoli, voci e improvvisazioni delle due divinità musicali nate negli States, con il sangue di molte parentele nelle vene, rimbalzano attraverso i cinque continenti; stregano gli artisti, li spingono a relazioni di amore meticcio con le tradizioni locali. Quando la Repubblica Democratica del Congo era colonia belga, negli anni ’50 del secolo passato, l’allora capitale Leopoldville (oggi Kinshasa) fu tutto un fiorire di formidabili jazzman; il Brasile portò, era la metà dello stesso secolo, la dote del jazz samba, felice fusione con la bossa nova, a mostri sacri di nome Stan Getz e Charlie Byrd; l’Europa conta grandi maestri, Italia in testa. Dunque gli spazi sono enormi, i musicisti un’infinità. Purtroppo e come al solito, da noi resterebbero sconosciuti se qualche etichetta artigianale non li cercasse, non li scoprisse, non li distribuisse e, in qualche caso, con fatica economica, non li producesse. Regina di queste etichette è la Red Records, con un catalogo che profuma di trasversalità. Tra i suoi pupilli, ne abbiamo scelti tre.

Cominciamo da Dida Pelled, in arte Dida, voce e chitarra israeliana poco più che ventenne. Con Plays and sings, Dida affronta senza esitazioni undici standard impegnativi, tra i quali Fried pies, Calcutta cutie, Three coins in the fountain. La sua timbrica è fresca, ben modulata, consapevole; la sua chitarra possiede sapienza e sa dialogare in maniera eccellente con la batteria di Greg Hutchinson, le trombe di Roy Hargrove e Fabio Morgera, il contrabbasso di Tal Ronen. Di tutto ciò si ha prova inconfutabile nel brano più lungo, More than you know: sei minuti e tredici condotti in porto impeccabilmente.

Almeno da noi, e ci si augura soltanto, il nome di Edward Simon poco dice. Molto, invece, ha fatto e fa dire, sempre bene, ai critici musicali di mezzo mondo. Con Red Records è alla sua terza registrazione. L’album, uscito pochi mesi fa, si intitola La Bikina. Edward, considerato uno dei migliori pianisti della nuova generazione, nato in Venezuela da una famiglia di musicisti, vanta collaborazioni con Herbie Mann e Jerry Gonzales, tanto per citare. La sua vocazione a trasformare il jazz in un linguaggio meticcio, ben viene esemplificata, appunto, nell’ultimo lavoro, dove gli accenti rimandano alla musica classica, ai repertori dell’America Latina e, non ultimo, al patrimonio popolare venezuelano.

Pablo fa di cognome Bobrowicky, uno dei tanti che compongono l’anagrafe degli emigrati in Argentina. Lui va di swing, dal Sud del mondo, nell’album Southern Blue. La sua chitarra dispensatrice di meraviglie si unisce al basso di Ben Street e alle percussioni di Pepi Taveira. Tutto si tiene e tutto si fonde negli undici pezzi imbarcati sullo swing boat per navigare sorridendo con creatività alle Americhe, agli standard, al folk; aprendosi a “intrusioni” sonore, meditando a priori con intelligenza e cultura, rivelando una sensibilità acuta.

Ultima citazione (blues) targata Italia. Sono quattro e torinesi i componenti dell’Harpin’on blues, che in A.O. Blues girano la chiave della loro interpretazione in nove brani eccellenti. La chiave gira bene, e la porta del blues si spalanca dando bella luce a Route 66 di Bobby Trupp, Greasy Gravy di William Clarke, Puerto de Azul di Norton Buffalo… Beppe Rainero, Gianluca Martini, Massimo Gianoglio e Paolo Demontis si sono autoprodotti. Chissà se qualcuno li “noterà” e deciderà di accudirli per far proseguire loro un cammino che meritano di compiere? La speranza, come si sa, è dura a morire. Ma altrettanto a nascere. Specie quando si appartiene alla grande tribù degli Indipendenti.