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In nome dell’austerity!

22 March 2012versione stampabile

Il presidente della Repubblica continua a ricordarci quasi quotidianamente come bisogna essere austeri e fare sacrifici. Siamo in crisi e bisogna stringere la cinghia. Bisogna fare scelte impopolari ed avere il coraggio di tirare dritto. È per questo che faremo riforme dolorose e strutturali. Ma in tutte queste enunciazioni che evocano uno scenario di cambio strutturale sono molte le cose che non tornano. La coppia di Presidenti, Napolitano e Monti, ha scelto di portare avanti il programma “richiesto” dalla BCE già lo scorso agosto all’ex governo Berlusconi. La letterina con le consegne era stata “svelata” (?) da un sempre solerte e manicheo Corriere della Sera. Da allora è partita una campagna tutta mediatica sulla necessità di mettere in pratica le richieste di quella lettera. Ricette antiche ispirate ad una filosofia che continua a postulare la necessità di una crescita economica infinita come risoluzione di ogni male. E non importa che ormai i mali siano di varia natura: economici, ambientali, sociali, culturali, energetici, migratori, alimentari, finanziari. La medicina va bene per ogni malattia. Come si può pensare che esista una sola medicina che vada bene per tutti questi mali? Non sarà che ci infiliamo in una crisi ancora più profonda? Non sarà che queste ricette rischiano di generare una recessione ancora maggiore? Non sarà che le privatizzazioni avranno come unico effetto quello di regalare delle rendite enormi ai privati e si tradurranno in una perdita netta di ricchezza reale per il paese? Insomma, la lista delle legittime domande sarebbe lunga. Ma pare che oggi non si possano più fare. Non bisogna disturbare il manovratore perché significa essere disfattisti e, diciamolo, un po’ anacronistici. Il giovane capo dei giovani industriali ha liquidato così proprio l’altra sera in tv nella trasmissione Linea Notte di Rai3 la questione. Chi si oppone alla necessità di rendere ancor più flessibile il mercato del lavoro, chi si oppone alla possibilità che le imprese possano licenziare senza la funzione deterrente dell’art. 18, chi si oppone alle privatizzazione dei servizi basici perché crede siano beni pubblici e beni comuni inalienabili che costituiscono il fondamento materiale del nostro contratto sociale, chi si oppone alla svendita delle terre demaniali perché crede che difendere la terra sia strategico per assicurare al paese la sovranità alimentare, chi si oppone al treno ad alta velocità in val di susa perché inutile, costoso e devastante in termini ambientali, tutti questi sono oggi visti con sospetto dal partito dello Status Quo.

Uno strano e trasversale partito sta in effetti scalando i sondaggi del paese che non c’è. Il partito dei presidenti sembra andare fortissimo, almeno sulla carta. I sostenitori della lettera della BCE e del superamento delle vecchie tradizioni dell’Europa sociale sono ormai stretti da un patto d’acciaio, evidentemente poco memori del passato. Tutti quelli che comandano fanno parte di questo partito di ferro. Dal giornale Repubblica che con gli editoriali di Scalfari ormai scala le classifiche tra le preferenze di Confindustria e tra i grandi broker di Londra e Wall Street, passando per gli Ichino’s Boys sino ad arrivare a quella sana e vecchia destra liberista che continua a stropicciarsi gli occhi di tanta grazia. Questi ultimi sono ancora increduli per la straordinaria convergenza storica: un superenalotto senza precedenti. Se avessero fatto loro le riforme imposte dai Presidenti sarebbe successo il pandemonio. Ed invece se a farle sono altri, le cose si fanno. Meraviglia, direbbe Gianni Agnelli che ci ha sempre puntato sui (presunti) governi di centro sinistra per fare cose di destra che la destra non può fare. L’avvocato non avrebbe sperato tanto. Tutti insieme appassionatamente per il bene del paese. Come se la crisi che ci ha colpito fosse un evento completamente esterno, imprevedibili, guerresco e maledetto che come un incantesimo ha fulminato il nostro paese e impone “l’unità” per uscirne. Ed è questo l’elemento insopportabile, insostenibile politicamente e socialmente: aver negato che questa crisi fosse il prodotto del fallimento del modello di sviluppo capitalista. Ormai è chiaro a tutti nel mondo. La scienza, l’accademia, la società civile ed addirittura molti governi a livello internazionale lo denunciano da tempo. Invece da noi no. Il tempo e la ragione sono sospesi. La crisi la producono le politiche economiche di destra avvallate ovviamente anche dal quindicennio berlusconiano e dall’assenza di coraggio del centro sinistra al governo, e noi che facciamo: mettiamo direttamente i teorici di quel modello a dirigere il paese. E loro che fanno? Ripropongono paro paro le stesse ricette che hanno prodotto la crisi, con la differenza che questa volta non c’è più opposizione, essendo stata cooptata al governo. Non sembra strano per una democrazia?

Quanto può durare il giochino di aver nascosto le colpe e riproposto ricette sbagliate? Quanto può durare caro Scalfari il disegnino secondo il quale tutti coloro che invece la vedono diversamente sono nemici della democrazia rappresentativa, come ha sostenuto in un suo recente editoriale su Repubblica? Tifare per i forti è una tentazione antica, così come quella di semplificare faccende estremamente complesse. Ma in questa situazione sociale, con una crisi economica ed ecologica che è destinata ad aumentare a causa di queste ricette, dubito sinceramente che la Fornero, Marchionne, Monti e Passera possano rimanere i soggetti forti. Credo che il popolo sia più affezionato alla democrazia di quello che pensa Scalfari, quando parla di rappresentanza e delega dimenticando i motivi per i quali esiste: servire il popolo e non gli interessi di una piccola parte. Ma la democrazia, caro Scalfari, lei mi dovrebbe insegnare non è solo rappresentanza. Sono tante cose e la Costituzione ne elenca diverse, a partire dalla forma più alta: quella diretta. Proprio questo istituto è stato più volte violato, persino in maniera fragorosa come il caso del referendum sull’acqua dello scorso giugno, completamente disatteso dal governo. Caro Scalfari, non la preoccupa per nulla il destino della nostra democrazia quando viene tradita insieme a 27 milioni di italiani ed italiane? Ed invece no, il partito dello Status Quo ci dice che non ci sono alternative e che dobbiamo fare sacrifici per non essere anacronistici. Ed evitiamo di parlare di patrimoniali, riconversioni energetiche ed industriali delle forze produttive, ripubblicizzazioni dei servizi pubblici, investimenti ad alta intensità di lavoro e ad alta innovazione tecnologica, sostegno alla scuola pubblica, difesa dei diritti del lavoro, tutte queste cose non servono. Serve quello che stabilisce il nostro super Mario che con il suo collega alla BCE ci ricorda come questo non sia più il tempo di certi atteggiamenti capricciosi. Oggi è il tempo delle scelte difficili ed impopolari. Noi invece siamo convinti esistano scelte difficili e popolari, che passano per il necessario rovesciamento della relazione di potere che, in nome dello Status Quo e delle varie rendite di posizione esistenti, stanno minando la coesione sociale ed il futuro del nostro paese. Vista la rotta tracciata dal partito dello Status Quo e dell’austerità, vedrà caro Scalfari, che questa opzione oltre ad essere già maggioritaria in termini di esigenza, lo sarà anche in termini politici. È inevitabile.

Giuseppe De Marzo, portavoce A Sud www.asud.net

One Response to In nome dell’austerity!

  1. silvio cellamare

    22 March 2012 at 19:13

    bravi, ben detto. condivido. Aggiungo solo che il sistema sta creando sempre più disperazione e la disperazione ha sempre portato violenza. Sarebbe molto meglio per tutti, non solo per i disperati ma anche per i capitalisti, se il sistema facesse una correzione di rotta tesa:
    al ripristino della democrazia
    all’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili non solo per il rispetto dell’ambiente ma anche per diminuire questo c. di debito pubblico che molto è dovuto dall’importazione dall’estero delle fonti energetiche
    e quant’altro …..
    ciao e buon lavoro a tutti. nel frattempo teniamoci ben allenati.