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Iran, Turchia e il business delle sanzioni

23 March 2012versione stampabile

Christian Elia

Dovrebbero entrare in vigore a luglio 2012 le sanzioni dell’Unione europea, votate all’inizio di febbraio da Bruxelles contro l’Iran per dissuadere Teheran dal portare avanti il suo programma nucleare che l’Ue e gli Usa ritengono abbia una finalità militare.

Si lavora, nel retrobottega della diplomazia internazionale, per limitare i danni della riduzione di import petrolifero dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno diramato una lista di dieci paesi europei che saranno esentati al ridimensionamento degli acquisti imposto ai membri rispetto all’Iran e che comprende anche il Giappone. Della lista non fa parte la Turchia. Il ministro per l’Energia turco, Taner Yildiz, ha dichiarato oggi, 22 marzo 2012, alla Reuters che ci sono trattative in corso e che la partita non è ancora chiusa.

La Turchia è affamata di energia. Una fame che non si può placare con accordi politici internazionali che non tengano conto delle necessità del suo bisogno di benzina per far andare la macchina di uno sviluppo economico sempre più interessante. Già nel 2010, non a caso assieme al Brasile, altra famelica neo potenza economica, Ankara non aveva sostenuto le sanzioni economiche contro l’Iran. Offrendosi come partner-mediatori garanti del programma nucleare di Teheran.

Nel 2010 il volume commerciale degli scambi tra Iran e Turchia superava i 15 miliardi di dollari, raddoppiato rispetto al 2009. Le imprese iraniane investono in Turchia, Ankara si rifornisce del greggio iraniano, con Teheran che è il primo partner energetico turco.

Non basta. La Turchia, che per gli affari sta dimostrando un fiuto notevole (con un tasso di crescita che seppur in leggera flessione rispetto allo scorso anno viaggia sui ritmi del 2000), non si lascia scappare l’occasione di sostituire gli Emirati Arabi Uniti nel ruolo storico di ‘lavatrice’ di denaro per l’Iran. Dubai e gli altri monarchi, dopo anni di pressione Usa e israeliana, hanno chiuso i cordoni della borsa.

L’ultimo caso è quello della Noor Islamic Bank, banca d’affari di Dubai, messa alle strette da Washington perché interrompa i suoi affari con l’Iran. Fonti ufficiali della banca hanno comunicato di aver sospeso gli affari con Teheran. La stessa banca centrale degli Emirati ha velocizzato negli ultimi mesi il monitoraggio delle banche che intrattengono affari con l’Iran, afferma Reuters. Business is business, ma le petromonarchie sono sotto pressione, tra rivolte arabe ed espansionismo sciita dell’Iran, al punto da compattarsi (in sede di Consiglio di Cooperazione del Golfo) contro l’Iran.

Si apre per la Turchia uno spazio commerciale interessante. Un esempio? Gübretaş, azienda leader della produzione di fertilizzanti sia in Iran che in Turchia, sta incoraggiando la Repubblica islamica a non interrompere gli affari con la controparte turca, nonostante le sanzioni imposte da Stati Uniti ed Unione Europea. “Non abbiamo incontrato alcuna difficoltà negli affari in corso con l’Iran, in quanto l’embargo non include ancora i fertilizzanti”, ha dichiarato alla stampa turca Osman Balta, amministratore delegato dell’azienda. Il rappresentante ha riferito che proprio di recente è stata inaugurata una nuova sede ad Istanbul, per coordinare le transazioni con le imprese che operano nel settore in Iran. Un caso, tra molti altri.

Si tratta di un giro d’affari enorme, che la Turchia ha subodorato di poter intercettare, per motivi economici ma anche geopolitici, accrescendo sempre più quel ruolo di attore chiave regionale che Ankara pretende.

La Turchia, inoltre, condivide con l’Iran la lotta alle minoranze curde nella regione. Uno dei motivi di tensione di Ankara con Washington e Tel Aviv è il fatto che Usa e Israele finanziano la guerriglia curda in chiave anti-iraniana, finendo però per sostenere anche quella in Turchia. Elemento che i militari turchi in particolare vedono come il fumo negli occhi. Per non parlare, in generale, delle relazioni tra Turchia e Israele, più acerrimo nemico dell’Iran, che sono ai minimi storici. Anche perché il premier turco Erdogan, da troppo tempo tenuto al limite dell’Ue, si è deciso ad assumere un nuovo ruolo di guida ‘politica’ della grande nazione musulmana, che è fatta anche dagli sciiti che nessuno al mondo rappresenta come l’Iran. Solo la Siria divide Teheran e Ankara. Non è questione da poco, ma un accordo si trova sempre.