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La guerra di Mohammed

23 March 2012versione stampabile

Il nemico è stato abbattuto. La guerra è finita. Per ora. Perché fu guerra e non terrorismo. Più precisamente guerra civile. Iniziata e compiuta da un solo individuo, almeno sulla linea del fuoco, se altri ce ne fossero nell’ombra non sappiamo. Un giovane di 23 anni nato in Francia, a Tolosa, e in Francia sempre vissuto, andato a scuola, trovato un lavoro, poi la prigione per 18 mesi, quindi la richiesta di servire la patria arruolandosi nell’esercito francese, rifiutata, allora il giovane Mohammed Merah prova con la Legione Straniera, anche lì non lo accettano. Soltanto dopo questi tentativi di diventare soldato francese, le strada per diventare cittadino a tutto tondo probabilmente, egli va in Afganistan e in Pakistan per arruolarsi forse in un altro esercito, comunque a addestrarsi alla guerra. Ma non bastano quei pochi giorni o mesi per farlo diventare il terrorista “arabo”, o comunque straniero,venuto da paesi barbari per distruggere la nostra luminosa civiltà, e le sue magnifiche sorti e progressive. Per quanto ci provino, scrivendo per esempio franco algerino, Merah è francese dalla nascita e rimane francese anche quando spara. Quando scatena la guerra lo fa nel suo paese e nella sua città, contro i suoi concittadini. Le azioni omicide che egli compie a Tolosa e Montauban fino alla resistenza ultima che dura 32 (trentadue ore) concludendosi con la sua morte, si inscrivono interamente in una dinamica di guerra, non di terrorismo. Sono figlie non del Corano ma piuttosto sembrano insorgere tra le righe de L’Art Français de la Guerre, un libro dove si raccontano le guerre francesi in giro per il mondo, che ha vinto il premio Goncourt 2011, seppure dubito egli lo abbia letto. Mohammed Merah non vuole colpirne uno per educarne cento, come nella tradizione delle BR per esempio, e nemmeno spargere il terrore colpendo tramite bombe una folla indistinta magari in un attentato suicida come nella tradizione di al Qaida, almeno quando opera in occidente. No egli vuole annientare sparandoli dei nemici bene identificati, i soldati paracadutisti di quell’esercito che lo ha respinto, i cittadini e bambini ebrei e d’Israele (come in ogni guerra che si rispetti non possono mancare i crimini di guerra e i delitti contro l’umanità, ne sono il condimento necessario). La guerra inizialmente è segreta, poi quando forse si rende conto o viene a sapere che stanno per arrivare i poliziotti, all’una di notte telefona a una televisione, parla con la caporedattrice dichiarandola apertamente. Dopo invece di fuggire, torna a casa dove aspetta gli uomini del RAID che, alle tre tentando di entrare, lo trovano sveglio e pronto a sparare tanto che ne ferisce due, nell’assalto finale ne ferirà altri. Comincia la fase della guerra psicologica, lui rannicchiato in un appartamento di trenta metri quadri, un fazzoletto, loro fuori a decine poi centinaia. Prima tratta parla e racconta, tanto che il Ministro degli Interni annuncia in TV che l’uomo si arrenderà nel primo pomeriggio, dicendo a tutti i microfoni cosa Mohammed sta rivelando e le sue motivazioni, sembra quasi il suo portavoce. Poi la resa viene riportata alla serata, persino con l’ora le 22.30, dopo inizia il silenzio di Merah. Mentre tutti gli abitanti dell’immobile sono stati evacuati, il tranquillo quartiere del Coté Pavé piomba nell’oscurità, l’oscuramento appunto che si ha durante la guerra, e cominciano botti e spari che durano l’intera notte, i suoni della guerra appunto. La guerra dei nervi che dovrebbe logorarlo, ma quando alle 11 circa del mattino i poliziotti delle forze speciali entrano, Mohammed è ancora vivo e combattente, si precipita fuori dal bagno, spara e infine rimane ucciso mentre salta dalla finestra, almeno secondo la ricostruzione ufficiale. L’affare non è più un affare di giustizia, la morte violenta in combattimento ne fa un affare di guerra, che probabilmente Merah ha scelto, per compiere il percorso che si era prefisso.

C’è ovviamente una dimensione di follia omicida, ma c’è anche, e fa pensare di più, una terribile e lucida, agghiacciante determinazione alla guerra, di sterminio, dove non si prendono prigionieri, dove non ci si arrende. Non è terrorismo perché anche il terrorismo più efferato contempla, è, iniziativa politica. In questa guerra senza prigionieri c’è la nuda azione di uccidere, di annichilire i corpi e le menti, la chiamerei bioguerra (per distinguerla dalla biopolitica), bioguerra civile. Condotta da un sol uomo. Per ora. Perché da qualche parte egli deve avere inoculato e/o respirato i bacilli di questa guerra, inoculato e respirato nella società francese dove è nato e vissuto, non certo a Kandhar o in Pakistan. Quando andò colà i bacilli erano già iniettati e operativi. Non a caso qualcuno parla di guerra civile “allo stato larvale” in Francia, non ovunque ma in luoghi come i quartieri Nord di Marsiglia o nelle banlieues parigine o di Lione. Non ce lo si aspettava in una città come Tolosa, ancora abbastanza vivibile, ma forse la crisi, che non è solo economica ma di civiltà, ha morso più forte di quanto si creda, aggredendo le più elementari solidarietà tra concittadini. Né regge l’idea che questo bacillo sia la religione islamica, vuoi pure nella sua dimensione più fondamentalista. Forse si può discuterne per quanto attiene il terrorismo, ma anche qui sono assai scettico almeno in Francia, certamente nulla ha a che vedere con la guerra civile.

Allora forse si potrebbe smetterla, come anche in queste ore quasi tutti fanno, destra e sinistra mescolati, di metterla in termini di sicurezza, tra l’altro Mohammed Merah era sorvegliato dai servizi di sicurezza interni, era stato interrogato, stava anche sulle liste della polizia per i suoi trascorsi in prigione, eppure si è procurato le armi, e ha potuto usarle. Bisognerebbe porsi seriamente il problema invece della convivenza civile tra concittadini, non dandola per scontata, bisognerebbe ritessere il dialogo coi giovani in rivolta e arrabbiati, giovani spesso nati in Francia da genitori immigrati ma quante volte discriminati per il nome e il colore della pelle, e la religione, e la povertà. Andrebbe capito che forse la guerra di Mohammed Merah, un ragazzo di 23 anni, è stata un modo, seppure distorto e atroce, per avere una esistenza sociale, per sentirsi uguale. E Sarkozy dovrebbe imparare la lezione di De Gaulle, quando capì che la guerra d’Algeria avrebbe distrutto la Francia, la sua civiltà, i suoi valori, e non perché il FLN mettesse le bombe, ma perché disgregava lo stesso concetto di cittadinanza francese, scegliendo quindi la via dell’accordo, e della durissima repressione contro l’OAS, l’organizzazione fascista, che alla guerra civile puntava. Altro che strizzare l’occhio se non peggio ai peggiori sentimenti e discorsi della destra sciovinista e xenofoba. Invece il Presidente candidato propone le ennesime misure repressive, che tra l’altro neppure può deliberare, almeno finchè le elezioni non siano avvenute. Si sente anche la mancanza quanto mai di quelli che furono i grandi intellettuali francesi, Camus, Sartre, Simone de Beauvoir, e più vicino a noi Foucault, Deleuze, Bourdieu, in grado di aprire un dibattito e di orientare l’opinione pubblica senza vincoli di politica elettoralista e/o politicante. Infine Libération propone sette domande inquietanti, sotto il titolo di prima pagina: zone d’ombra. Una in particolare è pesante sul piano politico: che ruolo ha giocato il Ministro degli Interni Claude Guéant a Tolosa? E nell’articolo di fondo: il tempo della politica ha forse influenzato il lavoro dei poliziotti? Già: forse?!

FINE