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Trammino Blues

23 March 2012versione stampabile

Luca Galassi
foto: Naoki Tomasini

da E il Mensile, settembre 2011

Il filo della memoria é di ferro, forgiato nel doppio binario di una linea che non c’è più: la ferrovia Pisa-Tirrenia- Livorno. Veniva chiamata il trammino e portava gli operai alla Fiat di Marina e i vacanzieri a Tirrenia. Comparse e tecnici la prendevano per arrivare agli stabilimenti della Cosmopolitan film, dove si giravano i kolossal. Tagliava campi e pinete, ansimando a sessanta all’ora lungo una terra rubata al mare e alla malaria dai granduchi, lanciata nel futuro da Mussolini e approdata al presente tra militari americani e magnati russi. Oggi costeggia l’Arno, affondata nei rovi. Nel 1943 il traffico di passeggeri raggiungeva i tre milioni e mezzo. Il 31 agosto di quell’anno, le bombe dei B-17 americani devastarono la stazione di partenza, nel quartiere pisano di Porta a Mare. Mille i morti, nei rifugi allagati dall’Arno. Gli obiettivi erano lo scalo ferroviario, la fabbrica di vetro Saint-Gobain e la Piaggio, che costruiva motori per gli idrovolanti.

La linea venne ripristinata solo in parte, perché gli americani si erano appropriati del tratto tra Marina e Calambrone per costruire la base Nato di Camp Darby. Nel ’47 le corse ripresero, ma per conoscere un declino inarrestabile. Qualche anno dopo la motrice investì un carretto, e la modernità travolse il trasporto su rotaia. Dopo l’incidente, il quotidiano Il Telegrafo titolò: “Il trenino é in agguato”. Cominciava un’epoca nuova. Con il boom dell’auto la gomma cancellò il ferro.

La periferia industriale di Porta a Mare riprese lentamente a vivere, prosperando fino agli anni Ottanta. Oggi attraversa una fase alterna: se dopo decenni di crisi la Saint-Gobain ha assistito a un inatteso rilancio (i francesi hanno investito cento milioni di euro scongiurando i temuti licenziamenti), parte della cantieristica navale è in crisi, gli operai degli storici Cantieri di Pisa, proprietà del Gruppo Baglietto, hanno passato mesi in cassa in- tegrazione, mentre i nuovi capannoni per la nautica da diporto, spuntati come funghi anche in previsione della ristrutturazione della darsena, sono ancora vuoti. La Piaggio, invece, costruisce ancora pezzi di ricambio. Poi verrà trasferita per sempre a Pontedera per lasciar spazio al megaprogetto di Matteo Colaninno, che attraverso la valorizzazione degli immobili vedrà sorgere un residence con centinaia di appartamenti.

Il percorso del trammino non esiste più. Ma le stazioncine sono intatte, abitate dagli ex dipendenti, ai quali sono state date in affitto dopo lo smantellamento, avvenuto nel settembre del 1960. Ornata con fioriere, gli orti tra i binari, polli e conigli nelle gabbie, quella di San Piero a Grado ospita Aldo e Osanna Madrigali. La coppia apre casa come da usanza antica, contadina. Offrono un dolce e del vino. «Osanna, sì, mi hanno chiamato così. Quando in chiesa dicono “nell’alto dei cieli” io faccio i corni in terra e gli scongiuri». Aldo faceva il meccanico per la Compagnia trasporti pisani. «Aggiustavo le corriere. Ma prima ho fatto un po’ di tutto, perché si era contadini poveri. Anche se in famiglia eravamo in quattordici, per chiudere la porta si metteva una seggiola di traverso, a dire che la nostra casa era sempre aperta». D’estate a San Piero si «scotevano le pine» e arrivavano gli stagionali a raccogliere pinoli. «Pulivamo il granaio, e gli ospiti dormivano lì. Mangiavamo fagioli a pranzo e a cena». E il trammino? «Il trammino non c’è più, siamo rimasti noi. In affitto nella stazione a quattrocento euro al mese».

Tonnellate di bombe

A San Piero a Grado una basilica romanica celebra la leggenda: l’approdo di San Pietro dalla Palestina in ter- ra pisana. O livornese. Ma allora non c’erano province, e la terra era una, repubblica marinara. La chiesa è definita “Monumento messaggero di pace” dall’Unesco. Eppure, giusto di fronte, immerse in un idillio di lecci e pini domestici, sono sepolte tonnellate di bombe. Da Camp Darby decolla la guerra. Partirono dai 125 bunker della base, nitidamente visibili cliccando su Google maps, tutti gli ordigni scaricati sull’Iraq nel ’91 e il 60 per cento di quelli sganciati in Kosovo nel ’99. Anche le bombe per la Libia, dicono alcuni, sono uscite dalla pancia di Camp Darby. Nella base entrano una linea ferroviaria e il canale rinascimentale dei Navicelli, che arriva dritto nel porto di Livorno. A pochi chilometri c’è l’aeroporto militare. Presto canale e aeroporto verranno ampliati. Il primo per far passare due chiatte armate anziché una. Il secondo sarà lo snodo aeroportuale italiano di tutte le missioni militari all’estero, a totale disposizione della Nato. Da Camp Darby è pronta alla guerra, in ogni momento, un’intera brigata meccanizzata: dai carri armati agli stuzzicadenti.

Perché la base fu costruita proprio tra Pisa e Livorno? Perché è un territorio perfetto. Ponte strategico nel Mediterraneo, avamposto ideale durante la Guerra fredda, centro di ascolto elettronico (si dice che fu uno dei punti della rete Echelon). Perfetto anche per la conformazione geomorfologica: monti alle spalle e mare di fronte disegnano un’enorme antenna naturale, come una parabola satellitare.

Se n’era accorto il cervello in fuga Guglielmo Marconi, che nel 1911 fu fatto rientrare dalla Cornovaglia. Da lì, nel 1901, aveva lanciato la prima trasmissione radio transatlantica. Il re Vittorio Emanuele III gli aveva do- nato la più grande stazione radiotelegrafica d’Europa. Di fronte a Camp Darby, a Coltano, sorgevano torri alte fino a 250 metri per lanciare onde radio alle colonie d’Africa, accendere le lampadine del Cristo Redentore di Rio e – secondo una narrazione metà storica e metà leggendaria – captare e rilanciare l’s.o.s. lanciato nel 1912 da Harold Bride, l’addetto radio del Titanic, prima che il transatlantico affondasse. Della stazione rimangono oggi i piloni di ancoraggio delle antenne, un centro Rai e una vecchia palazzina diroccata, che il Fondo per l’ambiente italiano ha segnalato per la ristrutturazione. Il sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, vorrebbe costruirci un museo e un laboratorio. Ma i fondi non ci sono. E allora si aspetta.

Coltano fu terra di prigionia. Gli americani vi avevano raccolto i prigionieri di guerra e trentamila repubblichini di Salò. Anche il poeta Ezra Pound vi soggiornò brevemente, rinchiuso in quella che chiamò poi “la gabbia dei gorilla”, un cubicolo infuocato dal sole di agosto. I suoi Canti pisani furono ispirati dalla cattività. Ammirava il fascismo, anche se si dichiarava pacifista. Parlava di “guerra di merda”, nel Canto LXXII, dedicato all’amico Marinetti. E nel suo testamento spirituale scriveva: “Ciò che sai amare rimane, il resto è scoria”.

Una colata di cemento

Il trammino puntava verso il mare. A Marina di Pisa neanche gli operai ci sono più, e lo stabilimento metalmeccanico ex Fiat è stato abbattuto quattro anni fa per far spazio al porto di Boccadarno. Costruivano idrovolanti, qui. Anche quelli che partirono per il Polo con Roald Amundsen. Gli abitanti non rimpiangono quei tempi, perché l’investimento è cospicuo: 150 milioni di euro per la nautica da diporto (400 posti barca), nuovi residence (550 alloggi) e un’area commerciale (42 esercizi). Dalla bocca dell’Arno la linea devia verso Livorno. Nella stazioncina di Marina vive dal 1958 Alfredo Bargagna, ottantasette anni. «Mi alzavo alle cinque, le mie giornate duravano venti ore, dalle cinque a mezzanotte. Ogni mezz’ora un treno. D’estate la stazione si affollava: sette-ottocento persone, che dovevo scansare per andare a girare gli scambi. Facevo i biglietti, spazzavo il piazzale e pulivo i gabinetti. Accendevo i semafori coi lanternini a petrolio. Con ’ste giornate dense mi toccava far l’amore sulla sedia».

Bargagni esce da casa e apre il cancello che dà su quella che una volta era la banchina. Accanto all’orto, le galline. «Volete un ovo? E’ fresco di stamani». Smise il lavoro di casellante quando la linea chiuse. Ha fatto l’autista di autobus e il contabile, prima di andare in pensione. «Qualche mese fa ci hanno aumentato l’affitto». Non paga quanto l’ex collega di San Piero? «No, qui costa seicento. Siamo vicini alla spiaggia della villeggiatura, sa, Tirrenia…». Il fascismo ha costruito Tirrenia nel 1932. Gli studi Pisorno (fusione di Pisa e Livorno) avrebbero dovuto glorificare il regime e divenire il centro cinematografico d’Italia. Il primo film fu Camicia nera di Giovacchino Forzano, girato nel ’33. Con la guerra, divennero deposito d’armi per gli americani. Diventati Cosmopolitan, dopo un periodo di splendore neorealista negli anni Cinquanta e Sessanta, chiusero nell’87, con Good morning Babilonia dei fratelli Taviani. Da allora, un’onda immobiliarista di cemento e di lus- so ha invaso il litorale fino a Livorno. La terra di mezzo non è più il mesto paesaggio delle colonie marine fatiscenti e della pineta del Tombolo, il “paradiso nero” ritratto nell’omonimo film del ’47, dove i soldati di colore americani se la facevano con le segnorine. Schiere di cantieri stanno trasformando gli studi Cosmopo- litan in un albergo (che si aggiunge ai due campi da golf del resort a cinque stelle), le colonie del welfare fascista Rosa Maltoni (la madre di Mussolini), Vittorio Emanuele II e Firenze in villette residenziali con piscine, campi da tennis, centri fitness. Seicentomila metri quadri da affittare o comprare. In prima fila, i russi, che già a Rimini e Viareggio sono l’ossigeno alla domanda immobiliare nel settore del real estate di pregio.

Prima comunisti, poi fascisti…

A Livorno le stazioni erano i varchi della cinta daziaria: barriera Garibaldi a nord, barriera Margherita a sud, una corsa sferragliante in mezzo alla città. Laddove un tempo c’erano i binari, oggi c’é il nuovo mercatino americano, un’istituzione livornese, trasferito nel 2009 da piazza Garibaldi dopo le proteste dei residenti. Al mercatino lavora dal ’77 Piero Salvini. «Rispetto all’epoca – spiega – siamo diventati un po’ un supermercato. Non abbiamo più solo “pezzi” militari. Dopo la guerra si comprava l’aspirina, il burro di arachidi, il dentifricio sbiancante. Oggi c’é davvero di tutto. Ma trovare cose che arrivano dalla base… beh, se si ha qualche amico dentro, non è escluso che sia possibile». Come nacque il mercatino lo spiega Mario Spallino, attore e regista, allievo di Vittorio Gassman e Giorgio Gaber. «Nacque per sopravvivenza, dai disertori del Tombolo, molti dei quali erano di colore. Rubavano dentro Camp Darby. Qualunque cosa. E se la facevano con le famose segnorine. Quando i disertori venivano arrestati, le segnorine prendevano le merci dai nascondigli e le vendevano al mercatino. Sopravvivevano così. Non erano ben viste dai livornesi, che le insultavano e le spogliavano perché andavano coi neri. Questi ultimi spesso finivano gettati nei canali. A quei tempi il razzismo era molto forte, anche coi comunisti al potere».

Come é noto, la scissione a Livorno si consumò nel ’21 al Teatro Goldoni. Qui rimasero i socialisti. Al teatro San Marco andarono i comunisti. Racconta Spallino: «Quando Costanzo Ciano, gerarca livornese, convocò un’adunata al Goldoni, disse: “Dove sono finiti i sovversivi che frequentavano questo teatro?”. “A sor Costanzo, siamo sempre qui. Siamo sempre gli stessi”, gli fu risposto dal fondo del teatro. Prima comunisti, poi fascisti, poi comunisti. Livorno è così. E’ questo alternarsi di passioni estreme». Con Spallino andiamo a mangiare il cacciucco alla Cantina senese, davanti alla Darsena nuova. I camerieri hanno una maglietta con la scritta Enjoy Cacciucco, al posto di Enjoy Coca-Cola. «Sapete come dicono che morì Costanzo Ciano, detto “il ganascia” per il suo appetito?», domanda Spallino. «Su una puttana. Dopo un’indigestione di cacciucco». Enjoy cacciucco.