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Pelle

26 March 2012versione stampabile

Emanuele Bompan

2008. Allora l’elezione di Obama sembrava un momento storico. Ed in fondo lo era. Ricordo l’euforia all’after party la notte delle elezione organizzato dal magazine Ebony, testata storica Black di Chicago. R’n’B, spumante, e cocktails per salutare il primo presidente nero degli USA.

Qualcuno aveva osato dichiarare la fine del razzismo – non esistono le “razze” di uomini, la razza è una ed è quella umana, e gli americani volevano celebrarlo – e il trionfo della società multietnica.

Poi il sogno ha ceduto spazio alla realtà. Ed i malumori nella società black sono iniziati, senza però cedere di un millimetro il supporto al proprio presidente.

Eppure oggi nell’America di Obama, ci sono più neri in prigione del 1850, in proporzione non in assoluto. C’è poi la questione della riforma dell’immigrazione che Obama ha tenuto nel cassetto, aspettando forse tempi migliori a Capitol Hill dove un’eventuale proposta di legge sarebbe naufragata come il Climate and Energy Act.

Poi nel 2009 Henry Louis Gates, professore nero di Harvard venne arrestato dal poliziotto bianco James Crowley nel suo ufficio scambiato per un ladro, Obama non esitò a definire l’azione “stupida”, attirando ire di neri e bianchi, e costretto a riparare con l’ormai storico “beer meeting” dove i tre si incontrarono al Rose Garden della Casa Bianca. Quest’evento riporto alla ribalta dei media la questione etnica. Molti intellettuali si chiesero: è obama sufficientemente black? Il silenzio dle presidente sul discorso per molti risultò offensivo. In realtà fu un occasione per normalizzare il discorso sul colore della pelle. Minimizzando le differenze, esse spariscono.

Ma la semantica fatica a sconfiggere la storia.

I dati statistici su droga e prigioni e gli omicidi degli ultimi giorni sono un segnale, purtroppo atteso, che le tensioni razziali perdurano in molte zone d’America. Il 24 marzo Shaima Alawad, 32 anni, di origini irakene, è stata rinvenuta morta nella sua casa di San Diego. Accanto al suo corpo una nota dell’assassino: terrorista. Una becera associazione di una cultura, un colore della pelle, di un vestito ad una nemesi arcana ed assoluta.

Il mese scorso l’omicidio di Trayvon Martin, il teenager afro-americano ucciso dal ventottenne Zimmermann. La colpa di Trayvon? Indossare un cappuccio ed essere nero, quindi nella mente dell’assassino una potenziale minaccia per la sua incolumità e quella dei vicini. «Questa è una tragedia. Posso solo immaginare quello che i genitori stanno attraversando: quando penso a questo ragazzo, penso alle mie figlie» ha affermato Obama. «È essenziale che si indaghi su ogni aspetto della vicenda e che tutte le autorità federali, statali e locali, uniscano le forze per capire esattamente come questa tragedia sia potuta accadere».

La “white supremacy”, ma anche nuovi odi interetnici (a Los Angeles ho sentito spesso parole dure sui latinos da parte di cittadini americani, asiatici di origine e di nascita) perdurano, e mutano, come ogni maledetto virus. Ma rimane la certezza che l’umana coscienza un giorno dovrà e saprà debellare.