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Cina, la rivoluzione della finanza

30 March 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia

Una “Zona Finanziaria Speciale”. Tale sarà Wenzhou, famosa per l’intraprendenza dei suoi abitanti, vera spina dorsale del boom cinese. La città dello Zhejiang ha vissuto lungo tutto il 2011 una crisi di liquidità che ha fatto parlare di “credit crunch” d’oltre Muraglia. Le banche di Stato negavano prestiti ai piccoli-medi imprenditori privati ai quali non restava altra scelta che il ricorso al mercato ombra dei prestiti, lo strozzinaggio, che li lasciava geometricamente indebitati. Fallimenti, chiusure repentine (con tanto di dipendenti rimasti senza salario dall’oggi al domani), suicidi, hanno scosso l’”armonia” tanto predicata da Pechino, sicché le autorità sono corse ai ripari.

La formula echeggia quelle Zone Economiche Speciali lanciate da Deng Xiaoping negli anni Ottanta, che fecero da trampolino di lancio per la “fabbrica del mondo”. In quella Cina post-maoista, la ricetta era a suo modo semplice ma dirompente: investimenti stranieri attirati da agevolazioni fiscali e basso costo del lavoro, libera imprenditoria, “arricchirsi è glorioso”. Sacche di liberismo in un corpaccione comunista che si sono espanse fino a diventare la Cina tutta.
Oggi, la neonata Zona Finanziaria Speciale promette di seguire lo stesso destino: un’anticipazione del futuro.

Le direttrici lungo cui si snoda il progetto sono due: legalizzazione del mercato finanziario sommerso e possibilità per i residenti in città di investire all’estero. È di fatto la liberalizzazione del settore bancario e degli investimenti. Cauta e graduale finché si vuole, ma probabilmente irreversibile come tutte le trasformazioni che generano economia di scala nel Celeste Impero.
Il nuovo status di Wenzhou è stato deciso dal Consiglio di Stato, cioè dal governo cinese, nel corso di una riunione presieduta dal premier Wen Jiabao.

La riforma si propone di mettere nuove risorse a disposizione degli imprenditori ed è anche una scelta politica molto esplicita verso ulteriori aperture di mercato.
Le sue conseguenze sono enormi, alcune intuibili, altre probabilmente non ancora.
Resta inevasa per esempio la questione dello yuan: in un mercato più aperto, fino a quando potrà restare ancorato al valore del dollaro o lasciato fluttuare, come ora, su un arco ristretto e politicamente predeterminato?

Sul sito del governo cinese si legge che la riforma di Wenzhou “permetterà la nascita di più tipi di obbligazioni e permetterà gli scambi di azioni non quotate, di tecnologia e di prodotti culturali”.
Riferimenti non certo casuali, gli ultimi due. I trasferimenti di tecnologia sono ciò di cui la Cina ha bisogno per modernizzare la propria struttura produttiva senza perdere in competitività: investire liberamente in imprese straniere significa infatti avere accesso all’innovazione Occidentale e giapponese.
In senso contrario, Pechino potrà esportare la propria produzione culturale sull’onda dei flussi di denaro. Lo fa già con gli Istituti Confucio e con l’industria culturale di Stato. Ora potrà farlo anche su iniziativa privata. È, questa, un’ulteriore arma nella guerra del soft power.

I media ufficiali non offrono dettagli sui tempi di applicazione della riforma e sulle modalità specifiche degli investimenti all’estero da parte degli individui. China Business News del 22 marzo cita Zhou Xiaoping – capo del dipartimento Esteri dell’ufficio di cooperazione economica di Wenzhou – secondo cui la quota di investimento riservata a ogni residente potrebbero ammontare a 200 milioni di dollari, nel primo anno dopo l’approvazione del piano.

Per le nostre imprese il nuovo progetto è una buona notizia: soldi freschi in arrivo da Oriente. Bisognerà essere più competitivi per attirarli. Una competitività finalmente al rialzo perché, come si è detto, è di innovazione che la Cina va a caccia, non di profitti raggranellati con l’ennesima riduzione del costo del lavoro. Per quelli, non occorre investire in Europa.