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Colombia, una donna per la Pace

3 April 2012versione stampabile

Stella Spinelli

Le Farc hanno rispettato la parola data e liberato i dieci militari sequestrati. Dopo di loro, nessun altro uniformados o prigioniero politico resta nelle mani delle Farc. Rimane, ora, da capire se e quanti prigionieri civili rapiti a scopo di estorsione siano ancora trattenuti nella selva, quanti siano morti in cattività e come riuscire a riportarli a casa tutti. E, data la promessa fariana di smetterla con i sequestri “a scopo di lucro”, si dovrà a maggior ragione monitorare che venga rispettata.

Una certezza esce però confermata da questo ulteriore capitolo del conflitto colombiano: qualsiasi altro passo verso il dialogo di pace dovrà essere compiuto per mano a Piedad Córdoba, colei che ha dimostrato in quattro anni di duro lavoro diplomatico di possedere il carisma e la forza di volontà necessari per portare la guerriglia a sedersi al tavolo delle trattative con il Governo. Le Farc si fidano di lei e la comunità internazionale la rispetta. Qualche problema resta solo in patria, dove a Palazzo Narino viene guardata con sospetto proprio per le sue relazioni con la guerriglia, tanto che nel settembre 2010, il Procuratore Alejandro Ordoñez la destituì dalla carica di senatrice e le proibì di ricoprire cariche pubbliche perché filo-guerrigliera. Un’accusa mai comprovata, dato che il suo rapporto con le Farc non ha portato nient’altro se non buone nuove per i colombiani: 31 persone liberate solo grazie a lei.

E starà a lei, dunque, proseguire su questa strada ancora molto tortuosa e piena zeppa di provocazioni da evitare. Appena liberati i dieci militari, infatti, il presidente Juan Manuel Santos si è precipitato a dire che la negoziazione con le Farc non è vicina e che il tema della Pace resta compito esclusivo del Presidente. Di nuovo dunque un colpo basso per la Córdoba, che comunque guarda avanti e si stringe attorno alla sua Ong, Colombianos y Colombianas por la Paz – un gruppo di persone provenienti dai più disparati settori quali il Polo, il Partito Comunista, i Verdi, il Partito Liberale – che sin dall’epoca del governo Uribe la sostiene appoggiando la sua gestione di mediatrice. Il prossimo obiettivo della ex senatrice è infatti impellente: rispettare la richiesta più urgente delle Farc quale risposta alla liberazione unilaterale. Si tratta di visitare i guerriglieri nelle prigioni di Stato, ottenere un miglioramento delle loro pessime condizioni di vita e sensibilizzare l’opinione pubblica aprendo un dibattito sul trattamento inumano riservato ai prigionieri politici. Una volta portata a termine anche questa missione, non resterà che passare a instaurare la vera e propria negoziazione di pace. Santos permettendo.

Gli equilibri sono delicati. Innanzitutto, il Governo non accetta neppure la definizione di “prigionieri politici”. Già un mese fa il ministro della Giustizia, Juan Carlos Esguerra, ritirò a Piedad Córdoba il permesso appena concesso di entrare nelle carceri solo perché osò precisare che tali visite rappresentavano il primo passo del processo di pace. “I prigionieri politici in Colombia non esistono, come non esistono i prigionieri di guerra o di coscienza”, puntualizzò  il ministro. Per questo, adesso, la ex senatrice ha scelto di lavorare in punta di piedi per ottenere di nuovo quel pass, il quale le verrà concesso solo se si impegnerà a visitare tutti coloro che sono in carcere per ribellione. Quindi non solo Farc, ma membri dell’Eln, Epl, ERP e di altri gruppi “insurgentes” ormai non più attivi.

E che a Santos convenga, comunque, concederglielo va da sé. Al di là del suo bisogno di non convertire queste visite in un evento mediatico, cedere sulla questione del riconoscimento dell’esistenza dei prigionieri politici è fondamentale per avviare una trattativa giuridica con la guerriglia. “Nessuno firmerebbe un processo di pace per passare il resto della propria vita in carcere”, ha spiegato una fonte anonima vicina alla Córdoba al media colombiano La Silla Vacía. E adesso che il gruppo rivoluzionario sta dando segnali di buona disposizioni all’apertura, trincerarsi nell’indisponibilità manderebbe tutto a monte. Se infatti per anni le Farc hanno tenuto sequestrati poliziotti e militari per tentare di ottenere uno scambio umanitario con i loro guerriglieri in carcere, oggi, liberandoli tutti, hanno dimostrato di voler scendere a compromessi. E se in cambio pretendono che questi guerriglieri vivano almeno in condizioni decenti, non si può non accontentarli se si punta alla Pace. Dopotutto è questo il gesto che la guerriglia si attende dal Governo per iniziare ad avere la fiducia necessaria ad avviare una negoziazione costruttiva. Ma è questo che il Governo vuole davvero?

Intanto alla Córdoba l’arduo compito di varcare le soglie dei penitenziari e iniziare intanto a stabilire il numero esatto dei prigionieri arrestati con l’accusa di ribellione. Finora, infatti, le cifre sono molto discordanti. Le Farc parlano di 15mila guerriglieri in carcere, mentre la Córdoba fa riferimento ai 7500 prigionieri politici dichiarati dal Comité de Solidaridad con los Presos Políticos nel 2004. Un numero che non trova però ulteriore riscontro, visto che oggi questo Comitato dichiara di visitare 3200 prigionieri politici sparsi nelle 56 prigioni del paese. E che dire delle cifre ufficiali? Il Governo assicura che siano 1950 le persone dietro le sbarre per ribellione. Una vera e propria tombola, che è dunque necessario riordinare, partendo da un censimento necessario e urgente da iniziare subito.

Chissà se Santos lo permetterà.