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Monti: come siamo bravi, signora mia

4 April 2012versione stampabile

  • Abbiamo un ottimo prosciutto, signora mia
  • è buono?
  • Il migliore, risponde il salumiere dietro il bancone
  • In tavola, a differenza della solita storiella, sempreverde se frequentate un mercato, qui c’è la riforma di diritti e un sistema di relazioni lavorative che hanno innervato tutta la società italiana per decenni.

    Ci sono tre punti che meritano di essere sottolineati, mentre aspettiamo di leggere nel dettaglio il testo della riforma del lavoro depositato da Mario Monti ed Elsa Fornero nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

    Il primo: la scelta dei vocaboli del presidente del Consiglio Mario Monti per ‘vendere’ la riforma del lavoro del suo governo. Crescita, impegno di riforma, rilievo storico, equilibrio, serenità, modernità, crescita, inclusione, dinamismo, tempi brevi, fiducia.

    Il secondo punto: sta nel siparietto fra Monti e Fornero rispetto al ruolo delle parti sociali. Uccisa la concertazione, così oplà via di colpo, il professore parla di consultazione, Fornero aggiunge anche ascolto. Monti era intervenuto quando Fornero aveva pronunciato la parola dialogo.

    Sarà un caso? Se non lo fosse, concediamo il beneficio del dubbio, consultare vorrebbe l’ascolto, dialogo facoltativo. E l’addolcimento della ministra suona opportunista.
    Il segno della modernità, anzi della contemporaneità di un nuovo stile e scuola, introdotti con piglio autoritario più che autorevole.

    Il terzo punto è il più importante, perché riguarda la questione di fondo. E ancora una volta – vale sempre ricordarlo – riguarda la legittimità della stagione di rapidi mutamenti delle regole che avvengono nel falso mito fondativo di questo governo.

    Perché il governo dei tecnici è un governo politico.

    Non potrebbe essere altrimenti quando si decidono tagli alle pensioni, riforma dell’età pensionabile, ristrutturazione dell’articolo 18, che al di là della sua effettiva applicazione numerica ha un forte valore simbolico che è stato relegato a cosa del passato. I tecnici, per così dire, si sono incaricati di pensionare alcuni decenni di storia del nostro diritto sindacale e tutela dei lavoratori. Schemi sorpassati? In parte sicuramente sì, sempre che si abbia davvero una concezione del mondo contemporaneo e futuro che sia, se non condivisa, almeno discussa.

    Non c’è la legittimità necessaria per stravolgere gli ingranaggi italiani su temi così importanti e difficili nell’arco di un finale di legislatura con protagonisti esogeni alla delega del voto rappresentativo democratico. Lo spauracchio era il default italiano. Era davvero possibile?

    C’è una frase di Monti che dice tutto: ”Mi fa piacere ricordare che la riforma delle pensioni introdotta in Italia oggi viene senza discussione alcuna considerata un punto di avanguardia nella societa’ italiana” ha detto il premier Mario Monti lodando il lavoro fatto dal ministro del Lavoro Elsa Fornero. (fonte: Ansa)

    Ecco, appunto. Senza discussione alcuna dove? Considerata un punto di avanguardia da chi?

    Forse il professore si riferiva agli elogi sperticati che sono piovuti da Bruxelles o da istituzioni internazionali. Cioè da quegli stessi personaggi che si sentono oltremodo a proprio agio con un governo tecnico in Italia e che vorrebbero guide omogenee in tanti altri Paesi della zona Euro. È quel deficit di sovrana rappresentatività nazionale e invece di imposizione sovranazionale che abbiamo conosciuto già nell’estate scorsa, quando da Bruxelles e Francoforte dettarono le lettere al governo Berlusconi, il quale sottoscrisse impegni di futuro per tenere a galla i dividendi delle proprie aziende e il partito, oltre alla coalizione di plastica.
    Le uniche avanguardie che stiamo conoscendo, viene da pensare, vengono dai vertici e nemmeno più da quella classe media disarticolata che giocava a leva sulla base sociale. Altri tempi.
    Ma quelli nuovi somigliano sempre di più al governo dei migliori, che si elogiano fra pari, senza contare che in fondo – ma poi non così tanto in fondo – lo Stato siamo noi. Tutti noi.

    2 Responses to Monti: come siamo bravi, signora mia

    1. Gabriele Battaglia

      5 April 2012 at 11:29

      Sto leggendo con qualche anno di ritardo “The Shock Doctrine” di Naomi Klein e mi pare che le politiche di Monti & Co siano l’ennesimo capitolo del lungo attacco neoliberista che passa attraverso il golpe cileno, il thatcherismo, il caso boliviano a metà anni Ottanta (quando per la prima volta si impose il modello della scuola di Chicago in un contesto “formalmente” democratico), le guerre in Iraq e Afghanistan.
      Anche in questo caso l’Italia si fa laboratorio politico, come negli anni Settanta: le ricette lacrime & sangue che sottraggono risorse alla collettività per veicolarle verso i poteri forti avvengono in un contesto post-democratico (un governo non eletto) dove il maggior partito della fu-sinistra si allinea e anzi fa da stampella. Lo “shock” che ha prodotto questa ulteriore violenza monetarista, inutile dirlo, sono stati vent’anni di berlusconismo, con il finale da operetta che ci contraddistingue antropologicamente.

    2. Marco

      5 April 2012 at 11:48

      Bello, bello, bello!
      Bell’articolo, Miotto for president si può dire?
      E molto interessante anche il commento di Gabriele…
      Vi/mi chiedo, perdonate la citazione, e quindi che fare?
      Saluti