home » esteri » africa » Somalia, il tramonto di al Shabaab

Somalia, il tramonto di al Shabaab

10 April 2012versione stampabile

Alberto Tundo

Se vero che il ricorso alla forza cela quasi sempre una profonda debolezza, allora il gruppo islamista somalo di al Shabaab non sembra passarsela proprio bene. Per molti analisti occidentali, e non solo, si spiegherebbe così la nuova offensiva della formazione che proprio pochi mesi fa ha ufficializzato la propria adesione alla galassia qaedista. Un’offensiva che lunedì sera ha registrato una nuova tappa: un’autobomba è esplosa nel mercato di Baidoa, la terza città del martoriato Paese, uccidendo 12 persone, in buona parte donne e bambini, nonostante l’obiettivo fossero i soldati somali ed etiopi che da un paio di mesi hanno preso possesso di questo centro di grande importanza strategica, fino a due anni fa sede del Governo federale di transizione (Tfg), nonché una delle principali basi di al Shabaab. Due mesi fa, i soldati di Addis Abeba l’avevano strappata ai miliziani, consolidando l’idea di una formazione sul punto di liquefarsi, decisamente in rotta. L’attentato di lunedì ha ottenuto due effetti: quello  di irrobustire il risentimento della popolazione nei confronti di al Shabaab ma anche quello di dimostrare che qualsiasi tentativo di affermare un tentativo di ordine sicurezza e legalità in Somalia è pura finzione o vera illusione.

Le ultime vicende di Mogadiscio seguono la stessa trama: liberata otto mesi fa, la città tramortita da 21 anni di guerra stava lentamente tornando alla normalità: aveva riaperto il mercato del pesce come anche alcuni locali e addirittura il Teatro nazionale. Il ritorno in attività di quest’ultimo era stato celebrato come la conferma che gli anni del disordine totale, dell’anarchia e dell’assenza dello Stato erano alle spalle: peccato che una kamikaze seminasse terrore e morte proprio nel giorno dell’inaugurazione. È accaduto mercoledì scorso: sei le vittime, due delle quali erano importanti funzionari governativi, come il presidente del Comitato olimpico somalo e quello della federazione calcistica. Sabato, nell’ospedale di Nairobi sono spirati anche Fajsal al Elmi e Mowlid Ma’aane, rispettivamente consigliere del Primo ministro (sarebbe stato proprio quest’ultimo il vero obiettivo) e membro del Parlamento federale di transizione somalo. Due attentati per un bilancio di 18 morti e una quarantina di feriti, e questo solo se si guarda all’ultima settimana. Perché le bombe esplose a Mogadiscio e a Baidoa negli ultime sette giorni non sono gli unici episodi che confermano che per la Somalia la luce in fondo al tunnel è ancora lontana. Gli attentati semmai confermano che il contesto somalo è sempre più confuso. Perché al Shabaab sta perdendo ma è quasi impossibile dire chi stia vincendo.

Al Shabaab perde perché il ricorso al terrorismo è l’ultima ratio per una formazione che fino all’anno scorso controllava i due terzi del Paese e, nella capitale, aveva confinato le truppe dell’Amisom in alcuni distretti, dove faticavano a garantire la sicurezza del palazzo presidenziale e della strada che collegava quest’ultimo all’aeroporto. Sono lontani i tempi in cui i miliziani potevano presentarsi come una sorta di anti-stato (o di altro-stato) con un minimo di credibilità. Se oggi è vero che, nonostante una serie di rovesci militari, controllano ancora buona parte del centro e del sud della Somalia, è altrettanto evidente chestanno perdendo terreno e uomini. Sembrerebbe in corso, inoltre, una sorta di diserzione di massa: al Shabaab perde uomini, ricorre al reclutamento forzato, arruola giovani inaffidabili incapaci di tenere le posizioni e meno preparati militarmente. Con un organico eroso anche dalla ormai certa scissione di Hizbul Islam, movimento più nazionalista e con un’impronta religiosa meno evidente, confluito in al Shabaab due anni, fa, quando quest’ultima sembrava il cavallo vincente, la milizia si trova stretta tra tre fronti: i soldati dell’Amisom, forza a trazione ugandese il cui organico sarà a breve incrementato, stanno consolidando il controllo di una larga porzione di territorio nel centro della Somalia; poi ci sono i soldati keniani che muovono da sud/sudovest e da quelli etiopi, che premono da nord e che controllano una striscia di terra che dal confine arriva fino a Baidoa.

Sempre più isolato il nucleo degli stranieri provenienti dalla galassia qaedista e forti dell’esperienza maturata in altri fronti, ad al Shabaab non resta che diventare una formazione terroristica tout-court, come dimostra la serie di attentati compiuti oltre frontiera, in Kenya. Paese nel quale il gruppo sta per lanciare la prima pubblicazione di carattere chiaramente proselitistico in kiswahili, per arruolare anche in Kenya e allargare il raggio delle operazioni. Si chiama Gaidi Mtaani e, oltre ad annunciare granate su Nairobi, nel primo numero si presenta con un editoriale dal titolo “La sicurezza rimarrà solo un sogno per i keniani”. Una metamorfosi che dà ragione a chi negli ultimi mesi ha moltiplicato gli allarmi sulla presenza di Al Qaeda nel Corno d’Africa. La frontiera della lotta al terrorismo si allarga, proprio in un momento in cui crescono le speculazioni sulla scoperta di giacimenti petroliferi nel Puntland. La Somalia potrebbe diventare il teatro di giochi tra potenze molto complessi ed estremamente redditizi. Al Shabaab diventerebbe solo una pedina sullo scacchiere.