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Profitti gratis o opportunità per i giovani?

11 April 2012versione stampabile

Dice oggi sul suo blog machefreddofa Cristiana Raffa, a proposito dell’iniziativa del gruppo Espresso-Repubblica “Academy”:

“C’era una volta il mondo dell’informazione fatto dai giornalisti. Era facile. Quelli trovavano le notizie, le lavoravano, le diffondevano e tutti gli altri le leggevano, ascoltavano, vedevano attraverso i cosiddetti media mainstream (tv, radio, giornali). Poi è arrivato Internet, poi i blog, il web 2.0, i social network, e tutto è cambiato. E non insisto con la storia della moltiplicazione delle fonti, con la comunicazione orizzontale, col giornalismo partecipativo, ché tanto da mesi non si parla d’altro. Ma poi succedono eventi balordi, tipo il fatto che L’Ordine dei Giornalisti denunci un blog di news e inchieste, accusandolo di fare illegittimamente del giornalismo non essendo una testata registrata. Tac: esercizio abusivo della professione, un reato vero, lo dice la legge n.69 del 1963. Oggi tiene banco la vicenda dell’offerta di Repubblica.it che invita giovani videomaker (in realtà li chiama reporter, va bene ogni termine che sia simile a “giornalista”, purché non “giornalista”, per restare nell’ambito della legalità) a mandare contributi da pubblicare per la testata online. Un contest, un’opportunità, secondo il Gruppo l’Espresso, e nessuno lo mette in dubbio. I video in questione sarebbero pagati 5 Euro (lordi) cadauno, c’era scritto inizialmente nel bando. Poi i 5 Euro spariscono, “un errore di battitura che è stato corretto” dicono da The Blog TV, azienda che si occupa di user generated content, partner di questa iniziativa di Repubblica. Infatti poi precisano che i video non saranno pagati nulla. Copio/incollo: “solo nei casi in cui sia previsto un corrispettivo per l’acquisto (c.d. Call a pagamento), su specifici ingaggi, verranno valutate specifiche retribuzioni variabili a seconda del video richiesto”. Però nel frattempo si è sollevato un polverone perché Repubblica all’interno ha una marea di professionalità sottopagate (anche meno di 500 Euro mensili per collaborazioni quotidiane consolidate), ma preferisce usare la modalità del contest per giovani talenti a costo zero per riempirsi di nuovi contenuti. La domanda pare essere: se anche una delle più grandi testate italiane comincia a cercare di far cassa a suon di click ottimizzando le risorse fino a questo punto, che ne sarà del valore del giornalismo? Io non credo che sia un tesserino dell’ODG a garantire la professionalità e il valore del contenuto prodotto, ma anche che l’emersione dei prodotti di qualità sia di difficile attuazione in un contesto di “meritocrazia naturale” del web in cui sono tradizionalmente i video di teneri gattini e le signorine in costume da bagno ad essere premiate per traffico. E, dico per dire, penso anche che faccia benissimo una blogger (o twitstar o social media editor o media-attivista o nonsocosa e nonminteressa) come Tigella a fare del crowdfunding per finanziare un viaggio alla scoperta di #occupychicago raccontando un movimento dal basso senza ambire minimamente a definirsi una giornalista. Quindi la domanda per me più pertinente è: bene che una testata giornalistica come Repubblica voglia dare l’opportunità a giovani in gamba di farsi notare, ma dopo che li avrà notati e pubblicati, cosa ne sarà di loro? Gli farà un contratto Co.co.co a 400 Euro al mese? O semplicemente gli stringerà la mano e cercherà qualcuno più giovane che vorrà farsi notare? È davvero così importate definire chi è e chi non è un giornalista, cosa è cosa non è una testata, un blog, uno storify, un twitbook? Non sarebbe più importate riflettere su come si possa alimentare un sistema dell’informazione di qualità e di dignità retributiva che arranca alla ricerca di nuovi finanziamenti/finanziatori/contributor? Le vacche grasse sono finite, il problema è che dovrebbe capirlo anche chi non è abituato ad alzarsi dalla sedia della redazione per meno di 5-10 mila Euro al mese mentre parla delle opportunità per i giovani”.

Questa la risposta del gruppo, affidata alle pagine di Repubblica.it: “Nelle condizioni di servizio pubblicate stamane nella sezione Reporter, appariva al punto 3  una dicitura standard della piattaforma, che fissava a 5 euro la retribuzione minima per la cessione in esclusiva dei diritti video. Tale dicitura ha provocato numerose polemiche nei blog, su Twitter e su Facebook. Per questo motivo è necessario spiegare l’accaduto e chiarire la situazione.
La piattaforma tecnologica che gestisce il servizio Reporter è fornita a Repubblica da una società esterna che opera in numerosi paesi e con altri clienti. La dicitura che ha sollevato le polemiche è la seguente:  “in caso di selezione del Filmato ed esercizio dell’opzione da parte della Società, la Società Le riconoscerà l’importo lordo minimo di Euro 5,00 (cinque/00) per ciascun Filmato che sarà stato selezionato dalla Società”. Si tratta di un importo minimo necessario in altri contesti, secondo i legali della società fornitrice, per giustificare comunque una procedura di acquisizione dei diritti. In realtà tale condizione non si è mai applicata in alcun modo ai video di Reporter raccolti da Repubblica. Già in fase di realizzazione del sito era stata notata l’incongruenza, che purtroppo tuttavia per un errore  è rimasta in linea anche quando la sezione è stata pubblicata sul web.
Del resto, tuttavia, sul giornale di stamane la questione era riportata correttamente e si poteva leggere: “I video scelti saranno retribuiti secondo un tariffario definito di volta in volta a seconda del tipo di ingaggio”.
Oggi, dopo il lancio e le segnalazioni, la dicitura è stata corretta in questo modo: “In caso di selezione del Filmato ed esercizio dell’opzione di cui al precedente art. 1.1. e solo nei casi in cui sia previsto un corrispettivo per l’acquisto (c. d. Call a pagamento), su specifici ingaggi, verranno valutate specifiche retribuzioni variabili a seconda del video richiesto. Pertanto, con il presente Accordo, Lei dichiara espressamente di non aver null’altro a pretendere dalla Società, né da alcun terzo, oltre al corrispettivo sopra previsto”.
Che significa? Che, quando per  i video richiesti sarà previsto un pagamento, al momento della pubblicazione dell’ingaggio verrà specificata in modo trasparente la retribuzione fissata per la cessione dei diritti. I videomaker potranno decidere se e come partecipare. In ogni caso non si tratterà mai di somme minime come cinque euro.
Di certo continueranno a fioccare interpretazioni dietrologiche, ma è andata così. Si è trattato di un semplice e stupido errore di cui mi assumo piena responsabilità, corretto grazie alle migliaia d’occhi della rete. Grazie per avercelo fatto notare. Un po’ meno per la presunzione di malafede”.


Da parte nostra, nessuna presunzione di malafede. Ma il problema rimane invariato: un grande gruppo editoriale che ha visto aumentare lo scorso anno i suoi ricavi netti consolidati attestandosi oltre quota 890 milioni di euro grazie alla raccolta pubblicitaria e ai ricavi ottenuti grazie all’area digitale, ha la forza, la potenza necessaria per attirare giovani talenti e utilizzare il loro lavoro gratis per aumentare ulteriormente i propri profitti.
Tradotto in termini un po’ obsoleti ma non poco efficaci, al padrone vanno valore e plusvalore. Al lavoratore  un bel ringraziamento. Nessuna accusa di malafede agli ideatori dell’iniziativa, ma questo è un fatto.
Il punto, anzi il problema del nostro tempo, è che la “fame” di lavoro e di prospettive è tale da rendere possibile questo meccanismo, indipendentemente dalla buona o dalla mala fede di chi lo mette in moto.

2 Responses to Profitti gratis o opportunità per i giovani?

  1. Stefano Piazza

    12 April 2012 at 15:07

    Furto, furto e basta. Ci si approfitta della fame di lavoro e questo è immorale. A me, un importante quotidiano nazionale ha accettato un articolo ma, essendo freelance, gratis e senza firma (“eh, sai, la politica aziendale…”). Un’importante “azienda televisiva”, invece, ha deciso di investire in un mio progetto, ma gratis, per un anno (“poi, magari, cerchiamo un escamotage per darti qualcosa… sai, la crisi…”). Sono il solo? Ne dubito.

  2. Simone

    13 April 2012 at 15:20

    Stefano non sei per nulla il solo. Le proposte di collaborazioni gratuite o retribuite ancora meno dell'”errore” di “Repubblica” sono le uniche cose che fioccano nel nostro settore, in questo periodo.
    Tra l’altro, “Repubblica” non è così nuova a espedienti non proprio a prova di deontologia per il reperimento dei video. È sufficiente vedere che cosa succede con buona parte del materiale preso in rete, ad esempio scaricandolo da YouTube e ricaricandolo sul proprio player, non di rado senza citarne la fonte che ne risulta “cornuta e mazziata” (ti prendo il video, non ti do la visibilità dei click perché me lo carico sul mio player e ti cito o linko solo se mi ricordo o se ti lamenti)…