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Rosy ed Elsa

12 April 2012versione stampabile

Ieri sera al  Tg3 Linea Notte Paolo Mieli si è detto indignato del trattamento riservato in questi giorni a Rosy Mauro, che da esponente di rilievo del cosiddetto cerchio magico si è ritrovata, nel breve volgere di un paio di giorni, ad essere il capro espiatorio dei guai non piccoli della Lega nord.

Capro espiatorio politico, ma non solo: indicata (e disprezzata), ha sostenuto Mieli, come “antropologicamente” diversa da una supposta e maschia purezza padana, perché mora, perché esuberante, perché “terrona”. Corpo estraneo insomma e, vedi caso, corpo femminile.

Un paio di settimane fa su Gli altri, Andrea Colombo ha tracciato un ritratto di Elsa Fornero, ministra del lavoro – “Fornero come Thatcher? No, è più simile a Gelmini” – per raccontare come lei, che ha origini operaie ed un curriculum di traguardi conquistati a prezzo di molto impegno, abbia, nelle scelte concrete di governo, calpestato proprio i bisogni del ceto da cui proviene. Così le lacrime del debutto vengono spiegate dalla categoria del tradimento delle origini. Opinione, interpretazione condivisibile o meno, certo legittima. Non altrettanto il ricorso costante, insistito, a come Fornero veste, si muove, è. “Signora con gli occhioni liquidi, un reticolo di rughe che fa donna di classe più di un monile e il ditino alzato a metà tra saccente e ammonitorio…”; “Il collier sfavillante che la ministra indossa quando va a scannare pensionati e lavoratori”; “l’indice sdottoreggiante, il ghigno compiaciuto, il filo di perle sbandierato senza un filo di classe”, … insomma ”nient’altro che una prima della classe”. O anche “una capoclasse carognetta”, scegliete voi, c’è pure “la signora Elsa”.

Mauro, Fornero, donne tra loro distanti anni luce per stile, vita, scelte, alle quali ciascuno può mettere in conto, politicamente, moltissime cose. Come a Bossi o a Monti, peraltro. Mauro e Fornero accomunate oggi – ma la lista è più lunga- dal destino mediatico delle donne pubbliche. Per loro c’è sempre uno stereotipo pronto all’uso e, si potrebbe dire, come la fanno – dal punto di vista dell’immagine – la sbagliano. E tutto viene buono: magliette aderenti e camperos e foulard e fili di perle. In uno dei suoi meravigliosi monologhi l’attore Saverio La Ruina descrive una giovane donna che passeggia per il corso del paese dove gli uomini al bar squadrano e commentano ognuna che passa. “Come una radiografia” racconta quegli sguardi che frugano arroganti.

Quando discutiamo di rappresentazione delle donne, non preoccupiamoci solo delle veline.