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La Cina rallenta, anzi si trasforma

13 April 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia

Nel primo trimestre dell’anno, il tasso di crescita dell’economia cinese è stato dell’ 8,1 per cento, il più basso dal 2009, secondo i dati diffusi oggi dall’ufficio nazionale di statistica. Nel trimestre precedente la crescita era stata dell’8,9 per cento e per il periodo gennaio-marzo 2012 gli economisti prevedevano un 8,3 che si è rivelato ottimistico.
Nell’immediato questi numeri potrebbero scoraggiare gli investitori, soprattutto per il timore che il “ciclo negativo” si estenda al secondo trimestre dell’anno. Ma il loro vero significato sta nel fatto che rivelano una profonda trasformazione, ciclopica e in divenire, dell’economia cinese.

Al momento, dicono gli analisti, la crescita del consumo interno non è sufficientemente elevata da compensare il calo delle esportazioni, dovuto al rallentamento della domanda sui principali mercati delle imprese cinesi, l’ Europa e gli Usa. L’Ansa cita Ren Xianfang, economista di stanza a Pechino della Ihs Global Insight, secondo cui l’ economia cinese sta subendo un “doppio colpo”, costituito dall’ indebolimento sia delle esportazioni sia del settore immobiliare, che finora è stato uno dei principali fattori di crescita.

Quando la crisi globale del 2009 si approssimò al Celeste Impero, Pechino reagì infatti con un pacchetto di stimoli che puntava soprattutto su costruzioni e infrastrutture, per la gioia di palazzinari e speculatori edilizi ma anche delle masse migranti e scarsamente scolarizzate che nei cantieri trovavano un sicuro approdo lavorativo.
I tempi sono cambiati assai rapidamente. Il problema è infatti diventato in breve tempo quello di frenare i prezzi immobiliari: la cosiddetta “bolla” che produceva cementificazione selvaggia, corruzione, città sorte come funghi e disabitate, prezzi inaccessibili alla grande massa dei neo-urbanizzati.

Pechino ha quindi da un lato imposto “politicamente” una stretta del credito immobiliare e dall’altro cercato di trasformare i cinesi da lavoratori-risparmiatori a consumatori; di sviluppare il mercato interno più che il settore export-oriented. Tuttavia, la stretta del credito si è estesa ad altri settori dell’economia, mandando in rovina molti piccoli imprenditori, che si sono trovati improvvisamente senza liquidità proprio mentre si contraeva la domanda internazionale dei loro prodotti. Le autorità hanno reagito legalizzando a livello sperimentale il credito privato, prima sommerso e illegale: è successo a Wenzhou, città simbolo della piccola imprenditoria cinese. E siamo giusto a ieri.

I dati diffusi dal governo ci dicono che il Dragone si trova a metà del guado. Dalla buona riuscita della trasformazione epocale dipende il futuro, anche politico, del Paese. Questa storia si interseca con i giochi di vertice che si concluderanno il prossimo autunno, con l’avvento della nuova generazione di leader, e nei quali è già rimasto stritolato Bo Xilai, l’ex “piccolo Mao” di Chongqing.
Il pericolo, da oggi, è che nella sua metamorfosi la Cina non riesca a mantenere tassi di crescita sufficientemente alti da dare sempre più benessere alla sua immensa popolazione, la scommessa nella quale il Partito si è imbarcato da trent’anni. Potrebbe scaturirne il caos.