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Argentina, gli idrocarburi e lo Stato

14 April 2012versione stampabile

Alessandro Grandi

Carlo Antonio Bettini, ambasciatore argentino in Spagna è stato convocato dal governo di Madrid per essere informato della “preoccupazione” dell’esecutivo per la vicenda relativa alla filiale della Repsol nel Paese sudamericano.

La tensione c’è ed è alta anche perchè la vicenda di Respol potrebbe essere utilizzata come apripista per altre realtà economiche spagnole che basano il loro profitto sull’utenza sudamericana.

Il ministro dell’Industria spagnolo Josè Manuel Soria ha fatto sapere che “se vi sono da qualche parte nel mondo gesti di ostilità verso gli interessi di imprese spagnole, il governo li interpreta come una ostilità verso la Spagna”.

Tempi duri in Argentina per la compagnia petrolifera Ypf (Yacimentos Petroliferos fiscales, controllata da Repsol) che vede le proprie licenze ritirate dalle autorità di Buenos Aires. L’ultima in ordine di tempo riguarda la provincia meridionale di Santa Cruz, le cui autorità hanno deciso di ritirare le licenze di sfruttamento delle risorse della zona.

La decisione presa dal governatore di Santa Cruz arriva poche ore dopo un comunicato nel quale la compagnia aveva disposto investimenti nell’area per oltre 3 miliardi di euro entro il 2017. Nel 2011 Ypf-Repsol ha estratto 693mila metri cubi di petrolio e 265 milioni di metri cubi di gas. Un duro colpo di sicuro per la compagnia che perde il 6 per cento del totale della sua produzione nel Paese sudamericano.

Oltre alla provincia di Santa Cruz altre cinque province hanno deciso di ritirare le licenze al gruppo. Mendoza, Chubut, Neuquen, Salta e Rio Negrom hanno ritirato le licenze direttamente mentre le province di Tierra del Fuego e Formosa hanno obbligato la compagnia ad aumentare gli investimenti pena la cancellazione della licenza.

Le azioni contro la compagnia controllata da Repsol sono in linea con le decisioni dell’esecutivo argentino che ha accusato la Ypf di aver diminuito la produzione per tenere alti i prezzi e limato gli investimenti nella zona. Il tira e molla fra Stato e compagnia petrolifera sembra essere appena iniziato.Da un lato l’amministrazione di Buenos Aires chiede maggiori investimenti anche per aumentare posti di lavoro e creare le condizioni per un’economia più forte. Dall’altro la compagnia ha promesso investimenti mai programmati prima (si parla di oltre 2 miliardi di euro per il 2012).

Ma c’è dell’altro. Da qualche settimana a questa parte in Argentina si discute della possibilità di ‘convertire’ la Ypf in un’impresa a partecipazione statale. Il 57 per cento della compagnia è, come detto, controllato dalla spagnola Repsol, il 25 per cento dalla Petersen. Buenos Aires vorrebbe poter entrare in società acquistando almeno il 25- 30 per cento delle azioni, rilevando proprio quelle di Petersen. Probabilmente i forti ribassi e il valore accessibile delle azioni hanno indirizzato il governo della ‘Presidenta’ verso questi investimenti. Addirittura il valore totale di Repsol, tenendo in considerazione i forti ribassi del mercato argentino che ha fatto arrivare il valore di Ypf a poco più di 8,7 miliardi di euro.

“Politicamente la mossa è molto delicata. Legalmente invece, non fa una piega. La svendita ai privati delle aziende pubbliche avvenuta durante il mandato di Carlos Menen, ha fatto in modo che le grandi aziende si prendessero tutto quello che c’era da prendere, senza investire per il futuro. Per queste ragioni, visto che gli accordi non sono mai stati rispettati, lo Stato argentino ha tutti i diritti di riprendersi le aziende, come le ferrovie o l’impresa telefonica” dice Alfredo Somoza dell’Icei (Istituto Cooperazione Economica Internazionale).

“Il tema del petrolio, poi, è davvero delicatissimo. Secondo i calcoli andando avanti con la produzione attuale resterebbero ancora 15 anni di sfruttamento del petrolio. Pochi, se consideriamo che i giacimenti scoperti alle isole Malvinas, la cui sovranità è reclamata da Buenos Aires, non potranno mai andare nelle mani argentine. Ma la vera cosa drammatica è stato appunto il regalo alle aziende private fatto dal ‘menemismo’”.

Insomma, per sistemare il walfare del Paese una delle vie più percorribile è quella della partecipazione statale allo sfruttamento del petrolio. “Per troppi anni, infatti, i benefici, soprattutto economici, che spettavano all’Argentina sono andati altrove” conclude Somoza.

E un Paese che si rispetti non può nemmeno permettersi di dover avere un deficit energetico che ogni inverno lascia il Paese al freddo per la mancanza di gas. “E’ una cosa strana. Dalla Patagonia il Cile estrae gas per se stesso, mentre l’Argentina lo porta in Bolivia. La mancanza di infrastrutture è un altro problema serio del Paese” ribadisce il presidente di Icei.

Rapida la risposta giunta dalla Ypf che smentisce rigorosamente la dichiarazione relativa ai bassi investimenti e rilancia, numeri alla mano, parlando di oltre 3 miliardi di euro pronti per le strutture presenti nel Paese. Un investimento, se confermato, che non era mai stato fatto prima.

Di certo le decisioni dell’amministrazione argentina non sono un capriccio e nemmeno un tentativo di omologarsi alle decisioni di Bolivia e Venezuela che hanno nazionalizzato il più possibile le industrie legate al settore energetico. Per l’Argentina la questione è diversa anche perchè la sua economia negli ultimi anni sembra correre. Buenos Aires però ha un problema: cresce in continuazione il deficit energetico, aumentano i costi e di conseguenza aumenta anche l’inflazione, che secondo alcuni analisti dovrebbe aggirarsi intorno al 30 per cento.

In questa situazione è logico che gli investitori, sia europei che sudamericani, non sono molto attratti dal mercato argentino. Un problema in più per la Kirchner che deve adesso essere in grado di garantire efficienza e presenza di infrastrutture per attirare fondi e investitori stranieri.

One Response to Argentina, gli idrocarburi e lo Stato

  1. Alfredo Somoza

    14 April 2012 at 08:37

    Una piccola precisazione, dalla Bolivia l’Argentina compra gas. Alfredo Somoza