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Gaza: dopo Vik, la stessa disperazione

15 April 2012versione stampabile

Meri Calvelli*

Sono giornate di grande amarezza e dolore queste di aprile, fa freddo anche in Palestina, il sole tarda a scaldare la “santa terra”. E’ tutto sconbussolato e fuori posto, la situazione in ogni parte del Paese é drammatica e difficile. Nuove costruzioni di insediamenti, confisca delle terre e forte repressione in Cisgiordania come “preludio agli accordi di pace”. La Striscia di Gaza, ormai chiusa da tempo immemorabile e ridotta a prigione di accoglienza di deportati usciti dalle prigioni israeliane, vive da oltre un mese al buio, con pochi mezzi di sussistenza.

La situazione interna, considerata “stabile” per il rigido controllo del governo de facto di Hamas nei confronti di ogni minima protesta, è attraversata da una grande crisi politico/diplomatica: giochi di mercato per il controllo di risorse, acqua, gas, petrolio e soprattutto armi che arrivano quotidianamente in questo territorio; tutto questo non fa pensare a niente di buono. Lo scorso mese Gaza é stata, come sempre, bersagliata dal fuoco dell’esercito israeliano. Solito pretesto dell’operazione mirata contro vecchi e nuovi terroristi (contadini, pescatori, ragazzini), solito attacco di provocazione e allenamento per prepararsi allo scenario di una eventuale guerra all’Iran, che Israele sta preparando e vuole a tutti i costi.

I ripetuti appelli al cessate il fuoco hanno portato a fragili tregue, le solite perdite di tempo, che immettono solo ulteriore paura e instabilità tra la gente. Di fatto la comunità internazionale non si occupa affatto della situazione e velocemente sta ritirando tutti gli aiuti concessi fino ad oggi. Le maggiori agenzie “umanitarie” che in questi anni hanno operato sul territorio di Gaza, creando inutili aspettative e tante incertezze, ora se ne stanno andando lasciando vuoti e nuove paure. La gente che nella sua infinita resistenza umana e civile, continua la lotta per la sopravvivenza e un giusto riconoscimento per la propria esistenza, parla di disastro e nelle facce si legge la consapevolezza di essere completamente isolati e fuori dalla protezione internazionale.

In realtà le analisi condotte fino ad oggi sulle politiche di questo territorio, non hanno ancora spiegato perché questo luogo deve rimanere costantemente sotto occupazione militare; perché non vengono aperte le frontiere ai profughi che vogliono tornare, aperte al movimento delle persone che vogliono riconciliarsi; perché non si fermano i furti illegali delle terre e delle vite di queste popolazioni. Dall’attacco di Piombo Fuso ad oggi, per diversi motivi, la gente vive ancora disastrata. La maggior parte, soprattutto quella dei campi, vive sempre più faticosamente in baracche di fortuna. E anche se sono stati costruiti alberghi e moschee, le strade e i servizi per la popolazione mancano completamente. Il lavoro, e il futuro per le nuove generazioni, sono sempre più una chimera. Chi è riuscito a scappare da questo delirio piange la lontanaza dalla propria terra. Chi è rimasto urla per la difficoltà di essere costretto a rimanerci senza nessuna garanzia per la propria vita e il proprio futuro.

E’ questa purtroppo la grande contraddizione che non si aiuta per niente a risolvere, che viene lasciata al prossimo governo di turno contro ogni giustizia e diritto internazionale (se mai ce ne fosse uno!!!). Appena un anno fa prima Juliano Mer Khamis e poi Vittorio Arrigoni (dal 10 al 15 aprile sono state organizzate molte iniziative per ricordare Vittorio nel suo primo anniversario. Tanta gente di Gaza sta partecipando e lo ricorda ovunque), due amici e attivisti per la pace e la libertà di questa terra, venivano barbaramente uccisi da mani assassine e convulse. Juliano a Jenin e Vittorio a Gaza, due luoghi della Palestina sotto occupazione militare. Due luoghi divisi e contesi da più parti ma soprattutto lasciati a vivere nel disastro sotto le in/decisioni internazionali. Anche in questo caso, non è stata fatta o ricercata nessuna chiarezza e giustizia, cosi come per il resto dei diritti umani di questo popolo, che vengono calpestati quotidianamente. In questo mese di aprile che dovrebbe essere festeggiato come risveglio e bellezza della natura, i nostri occhi piangono per i continui crimini e l’incertezza per la nostra intera umanità.

* Cooperante italiana, da anni vive e lavora a Gaza